Covid-19, la testimonianza: "Ci ha portato via Arturo con una violenza dilaniante"

"Viviamo una realtà devastante che può essere arginata soltanto con il buonsenso e con quella che è una soluzione semplice: stare a casa". Il messaggio di un familiare di una delle vittime napoletane del Covid-19

Carlo e Arturo

"Sto piangendo da giorni, un uomo splendido che non si era spostato di un metro, che l’ultima volta a Milano era stato negli anni ‘90, a differenza di come qualche pessimo individuo sta raccontando...". A parlare con NapoliToday è Carlo Longobardi, uomo di cultura, giornalista, commentatore televisivo, cognato di Arturo, uno dei pazienti ricoverati al Cotugno di Napoli per Coronavirus che l'asettico bollettino della task force regionale conta tra i deceduti.

Arturo complessivamente era in buona salute (un leggero Parkinson gestito con i farmaci) e portava benissimo i suoi 67 anni compiuti da poco: complice il fisico asciutto, infatti, sembrava decisamente molto più giovane. Con la sua famiglia è precipitato in un incubo a partire dal 27 febbraio: qualche linea di febbre, un po' di malassere. La chiamata di prassi al medico di famiglia, il paracetamolo, dopo un paio di giorni l'antibiotico, poi il peggioramento e, il 7 marzo, il primo tampone con il riscontro della positività al Coronavirus, le condizioni in rapido peggioramento. Quidi, lunedì 9 marzo, il ricovero al Cotugno e la sera, attraverso il cellulare che aveva portato con sé, un saluto - l'ultimo - alla moglie e alle figlie. Arturo è andato via per sempre nella giornata di mercoledì. Non ce l'ha fatta.

Il messaggio di Carlo a NapoliToday: "State a casa"

"In questo clima surreale, questo virus subdolo e assurdo ce l’ha strappato con una violenza atroce. Per il suo recente modo di vivere, in esclusiva relazione con mia sorella Nunzia, la sua “ragazza”, e con le figlie, le sue stelle, avrei fatto il suo nome se mi avessero chiesto: “chi pensi sia più garantito rispetto al contagio?”. Ma l’aggettivo “subdolo” in questo caso la dice lunga e descrive l’estrema pericolosità del momento, in barba a qualsiasi sottostima o superficialità.

Era semplicemente il mio fratello maggiore, chi mi conosce da sempre sa che, da sempre, lui era con me.

Lascio il suo ricordo non solo ai miei ricordi perché è troppo semplice e probabilmente melenso stilare una lista delle cose migliori vissute insieme in 44 anni (ne avevo 10 quando ha iniziato a far parte della mia esistenza), ma a quelli che lo hanno conosciuto ed hanno avuto il profondo privilegio della sua bontà, della sua allegria e di quella uscita da casa di soppiatto quando ci si presentava all’improvviso. Andava via con una scusa per ritornare con i tuoi cibi, i vini e i dolci preferiti. Perché lui amava condividere, quasi schernendosi, ed era felicissimo quando si stava insieme, così come lo era quando il nostro Napoli vinceva. Era sua la mano che mi ha accompagnato alla cresima, la stessa mano che mi faceva entrare con lui nei “distinti” quando Clerici segnava e Vinicio conduceva. Sono sue, esclusivamente sue, tutte le lacrime che stanno scendendo a fiumi, irrefrenabilmente dai miei occhi.

L’assurdità del distacco, la cattiveria di questo distacco che non ci consente neanche di comunicare un orario e un luogo del funerale, non sottrarrà mai di una virgola l’amore che è passato, la sua profondità e l’eternità.

Chiedo a tutti coloro che l’hanno conosciuto, un pensiero per mia sorella e le mia amate nipoti nel momento in cui in cui è negato loro anche il calore di un abbraccio. È questo il buio del mio cuore ed è per questo che niente sarà mai più come prima.

A quest’ora, alle 18.00 di un normale giorno di marzo, probabilmente staremmo con il naso all’insù facendo le solite considerazioni sull’allungamento delle giornate, sulla luce più intensa. I ragazzi starebbero formulando ipotesi, già immaginandosi con le caviglie sul bagnasciuga in un tramonto d’estate, allietato da batticuore da passioni estive. Invece stiamo ad angosciarci rinchiusi nelle nostre case con i pensieri che frullano per la testa e la consapevolezza di sentirsi in un film di fantascienza, dell’orrore. Con la grave aggiunta che stiamo parlando della realtà. Di una realtà devastante che può essere arginata soltanto con il buonsenso e con quella che appare una soluzione semplice: stare a casa.
Fermare la diffusione del virus significa rallentare fino a stoppare l’avanzata della morte, che quando arriva con la violenza con la quale è entrata nella nostra famiglia è dilaniante.
Ci si trova improvvisamente in un baratro impressionante e, soprattutto, senza ritorno.
Purtroppo si continua a non comprendere a fondo, e quindi bisogna continuare affinché i nemici più forti non abbiano la meglio: l’ignoranza, l’idiozia e l’avidità. Continuiamo pure a passeggiare, a chattare serrati su una panchina, a fumarci addosso, a lisciarci le proprie attività professionali come il più fido ed affezionato bambino. Tutto inutile, tutto vuoto, tutto vano.
C’è una quota che si sente invincibile, che non capisce, come chi ha stabilito di affidarsi all’immunità di gregge, che è l’ultima follia modello no-vax da applicare sulla pelle degli altri.
Alle 19.00 in punto, stasera, avvicinerò la cassa al balcone e diffonderò “i migliori anni” di Renato Zero, avevo pensato a brani più impegnati, ma avrei fatto un torto alla sua semplicità. E poi “stringimi forte”, in questo momento mi sembra il messaggio più importante, lo faccio quando tutto sarà “concluso”.
Chi abita vicino a me sentirà, e magari mi potrà accompagnare in silenzio con la preghiera che ritiene più opportuna e nella modalità che preferisce, se possibile solo un applauso, alla fine, per Arturo. Gli altri che sono distanti, qualcuno molto distante, se vuole può sintonizzarsi mentalmente, la potenza del pensiero comune si farà sentire. Girate, se possibile questo messaggio a coloro che ritenete opportuno e grazie veramente di cuore a tutti"
.

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E sono davvero tantissimi quelli che alle 19 ci saranno: per Arturo e la sua famiglia, per i tanti che sono ricoverati e stanno lottando contro il Covid-19, per i tanti che non ce l'hanno fatta in Campania e nel resto del Paese, per i tanti che hanno paura per i loro cari: perché chiunque il virus porterà via - anche se molto fragile o tanto anziano - è e sarà sempre un centro insostituibile di affetti. Restiamo umani.

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