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Mercoledì, 19 Giugno 2024
Cronaca

Caso Paciolla, chiesta l'archivizione. Due anni di inchieste tra omissioni e depistaggi

I pm di Roma ritengono che per il caso dell'operatore Onu napoletano, trovato morto nel suo appartamento in Colombia nel luglio 2020, "la pista più accreditata sia quella del suicidio". Abbiamo ricostruito cosa si è scoperto da allora e perché genitori ritengono invece si tratti di omicidio

Un silenzio durato due anni, e conclusosi soltanto oggi e nel più inaspettato dei modi. La procura di Roma ha reso noto di aver chiesto l'archiviazione del caso di Mario Paciolla, l'operatore Onu napoletano di 33 anni trovato morto due anni fa (era il 15 luglio 2020) nel suo appartamento di San Vicente del Caguan in Colombia, mentre svolgeva una missione di pace.

Chiamati ad indagare su di un possibile omicidio, gli inquirenti sottolineano che “le verifiche svolte in questi anni non hanno portato ad elementi concreti su questa ipotesi” e che quindi la pista più accreditata sia quella del “gesto volontario”.

La reazione dei genitori: "Siamo sconcertati"

In una nota diffusa dalla loro legale Alessandra Ballerini, i familiari di Mario Paciolla hanno fatto sapere di essere "sconcertati nell'apprendere la notizia della richiesta di archiviazione depositata dalla procura di Roma per l'omicidio di nostro figlio Mario. Noi siamo certi, anche per le indagini che abbiamo svolto, che Mario non si è tolto la vita". "Ci opporremo a questa richiesta di archiviazione - hanno proseguito - e ad ogni altro tentativo di inibire o intralciare la nostra pretesa di verità e giustizia".

Le ultime telefonate e il volo prenotato di cui sapeva solo l'Onu

La procura di Roma parla di "gesto volontario", ma sono molte le cose che non tornano, che non sono mai tornate. Mario era per chiunque lo conoscesse “un amante della vita”, l'ultima persona possibile che potesse pensare al suicidio. E c'è sopra ogni altro indizio l'ultima telefonata ai suoi genitori. Riportarono di averlo sentito "terrorizzato" per qualcosa che aveva "visto, capito, intuito" nell'ultima settimana. Aveva spiegato loro di aver "parlato chiaro" e che "così si era messo in un pasticcio". Pare avesse litigato con i suoi capi. Aveva paura, voleva tornare in Italia, aveva un biglietto su di un volo umanitario da Bogotà il 20 luglio, un biglietto per un aereo che non sarebbe mai riuscito a prendere. “Solo l’Onu sapeva che Mario avesse quel biglietto in tasca”, ha più volte sottolineato la madre del ragazzo.

Furono le stesse Nazioni Unite a comunicare immediatamente ai genitori di Mario che questi si fosse tolto la vita. I media colombiani parlavano di suicidio per impiccamento, ma anche della difficoltà di ottenere, proprio dall'Onu, ulteriori informazioni.

La scena della morte lavata con la candeggina

C'è inoltre qualcosa di particolarmente controverso accaduto sulla scena del ritrovamento del corpo: tracce cancellate con la candeggina, documenti ed il diario del 33enne scomparsi nel nulla, così come oggetti (addirittura il materasso su cui il ragazzo dormiva) che si suppone potessero essere sporchi di sangue. Un insieme di dettagli che fa pensare chiaramente ad un depistaggio.

Con il passare delle settimane è emerso che il “sopralluogo” nell'appartamento di Mario Paciolla fosse opera di Christian Leonardo Thompson, contractor americano incaricato dall'Onu della sicurezza nell'area in cui si trovava l'operatore. Una persona della quale Mario pare non si fidasse, e con la quale aveva chattato la stessa sera della morte. Una “consuetudine Onu”, si sarebbe difeso l'uomo a proposito del suo repulisti, ma il fatto è ancor meno spiegabile se si considera che l'appartamento di Paciolla non era delle Nazioni Unite ma a carico dello stesso 33enne.

Sulla "pulizia" venne aperta – a meno di un mese dai fatti – un'inchiesta da parte della magistratura colombiana con indagati i quattro poliziotti che avrebbero dato a Thompson carta bianca per far sparire eventualmente ogni prova dell'omicidio dall'appartamento di Mario. Un anno più tardi, però, le indagini si sono arenate ed anzi il contractor è stato promosso a capo nazionale del Centro operazioni di sicurezza Onu.

Il ruolo dell'Onu tra silenzi e reticenze

Quella che al tempo era la rappresentante italiana alle Nazioni Unite, Mariangela Zappia (adesso è ambasciatrice negli Usa), ha lamentato fin dalle prime battute dell'inchiesta una scarsa collaborazione dell'Onu nelle indagini. Secondo la diplomatica, molti membri dello staff in Colombia sono stati reticenti nel farsi ascoltare dagli investigatori. La stessa Zappia spiegò come l'Onu, all'indomani della diffusione della notizia della morte di Paciolla, avesse inviato una mail alle 400 persone impegnate sul campo in Colombia chiedendo loro la massima riservatezza.

Le due autopsie: “suicida” ma con “ferite inflitte”

L'autopsia venne effettuata in Colombia da un medico locale assistito da un medico dell'Onu, Jaime Hernan Pedraza. Tutto ciò che ne venne fuori – da un verbale peraltro diffuso con inspiegabile ritardo – è che la morte del 33enne, causata da soffocamento, fosse compatibile con l'ipotesi del suicidio. La salma di Mario Paciolla, giunta in Italia 9 giorni dopo il decesso, venne sottoposta a Roma ad un'altra autopsia. Da questa – svolta dal medico legale Vittorio Fineschi e dalla tossicologa forense Donata Favretto – è emerso che alcune delle ferite riportate sul corpo di Mario Paciolla fossero state inferte in limine vitae (con lui agonizzante) o anche post-mortem, circostanza che rende probabile l'ipotesi dell'omicidio.

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(Città e provincia di San Vicente del Caguan nel dipartimento di Caqueta, in Colombia, foto Milenioscuro su Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Il lavoro di Mario e il contesto in cui operava

Insieme ad altri colleghi, Mario Paciolla si occupava della stesura del report della missione Onu nell'ambito di un programma di reinserimento sociale per gli ex guerriglieri Farc.
Sia il distretto che la città in cui si trovavano erano però considerate dagli analisti italiani e dalle stesse autorità colombiane ad alto rischio, basti pensare che in tutta l'area dall'inizio della pandemia e fino alla morte dell'operatore Onu, poco più di tre mesi quindi, erano state uccise 20 persone.
Diverse e inestricabilmente correlate – e al tempo stesso in contrasto tra loro – le forze in campo. Gli ex combattenti delle Farc, “convertiti” ormai alla normalità avevano scontentato i narcos locali un tempo invece loro alleati, scatenando una spirale di vendetta tra omicidi e ritorsioni. Nell'area ricadevano diverse attenzioni governative. E ancora: c'erano cellule Farc ancora attive e contrarie alla “pacificazione”, anzi più vicine ai narcotrafficanti.

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(Claudia Julieta Duque, foto Twitter @JulieDuque1)

L'inchiesta di El Espectador sulla fuga di notizie

Claudia Julieta Duque, giornalista colombiana, era amica di Mario. Secondo una sua inchiesta sul quotidiano El Espectador non c'è alcun dubbio sul fatto che sia stato ucciso, anzi ha lanciato chiaramente l'ipotesi sia stato “vittima di una fuga di notizie”. Questa avrebbe portato nelle "mani sbagliate" un rapporto sul ministro della Difesa Guillermo Botero, poi costretto alle dimissioni.

L'inchiesta della giornalista, evidentemente informata in prima persona sui fatti, parte dalla preoccupazione di Mario, contrariato sia nei riguardi dell'Onu sia delle istituzioni del paese in cui si trovava. Tornato a Napoli nel novembre 2019 (un mese prima dell'ultima partenza per la Colombia), aveva fatto cancellare molti dati su internet e aveva innalzato i parametri di privacy dei suoi profili social. Inoltre, tra il 19 e 21 novembre aveva detto a persone a lui vicine che c'erano state violazioni informatiche al suo computer e a quelli di alcuni colleghi.

Ma perché questo sentirsi nel mirino? L'operatore Onu (con "il rigore che lo caratterizzava", spiega la giornalista) e altri colleghi della missione, avevano documentato un attentato del 29 agosto 2019 a Aguas Claras (sempre San Vicente del Caguan) in cui erano rimasti uccisi sette ragazzini tra i 12 e i 17 anni. Le vittime, secondo il rapporto di Paciolla, erano state reclutate dal Cucho, Rogelio Bolivar Cordova, uno dei comandanti delle Farc che aveva rifiutato la “normalizzazione”. Si trattava di un rapporto interno all'Onu e riservato, invece pare venne invece trasmesso ad un senatore, Roy Barreras, su decisione di Raul Rosende, direttore dell'area di 'Verifica della missione'. Barreras fu quindi autore delle denunce che portarono ad una mozione di censura contro il ministro Botero, datata 5 novembre 2019, la quale spinse poi questi alle dimissioni. Paciolla – scrive Duque nella sua inchiesta – "si sentì in pericolo, tradito e arrabbiato con i suoi superiori e informò la sua cerchia ristretta di aver chiesto il trasferimento in un'altra sede della missione".

Secondo Duque anche Carlos Ruiz Massieu, capo della missione Onu e quindi suo superiore, non aveva avuto notizia della trasmissione da parte di Raul Rosende della trasmissione del rapporto e di altri documenti. E mentre il senatore Barreras ha sempre negato di aver ricevuto materiale dalla missione Onu (sostenendo invece di aver usato fonti ufficiali dell'esercito per le sue denunce), la giornalista autrice dell'inchiesta sostiene di avere "sette fonti altamente credibili all'interno della missione" che le confermano la fuga di notizie.

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(Giuseppe Paciolla e Anna Motta, foto Ansa)

La battaglia per la verità dei genitori di Mario

A chiedere la verità sulla morte di Mario Paciolla in questi anni sono state le istituzioni italiane, la stampa, ma soprattutto familiari e amici del 33enne. "Nessuno ci ridarà nostro figlio, ma il percorso verso la verità che abbiamo intrapreso lo porteremo a termine in nome di quella 'meglio gioventù' italiana che parte veramente con l'intenzione di migliorare la vita del prossimo e porta in alto il nome dell'Italia nel mondo". Anna Motta, la mamma di Mario, non si è mai arresa. Vuole giustizia, sa che suo figlio non può essersi tolto la vita, prosegue la sua battaglia, insieme al marito Pino, assistita dalle avvocatesse Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta. “L'Onu, proprio l'organismo che si occupa di garantire i diritti umani nel mondo, non è riuscito a garantire il diritto alla vita di mio figlio – continuava la mamma di Paciolla in un suo recente messaggio – derubricando la sua morte come un suicidio pochissime ore dopo il ritrovamento del suo corpo e senza neanche garantire l'autopsia. Il nostro appello è chiaro: chi sa, nella sua squadra di lavoro, parli".

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