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Il Glifosato serve davvero all'agricoltura della Campania? Storia, dati e dubbi sulla sostanza

Big-pharma e agri-SpA sostengono la necessità dell’erbicida mentre si attende la decisione UE sulla ri-autorizzazione all’uso scaduta

Il “glyphosate”, in italiano glifosate o glifosato, è l’erbicida più usato al mondo: introdotto in agricoltura dalla Monsanto negli anni Settanta del secolo scorso, è un prodotto “sistemico ad ampio spettro e  non selettivo” che uccide o sopprime efficacemente più di 100 specie annuali di piante infestanti e graminacee a foglia larga e più di 60 specie di piante infestanti perenni, ma anche tutti i tipi di piante, comprese erbe, piante perenni, viti, arbusti e alberi,  come precisa uno studio della WHO – World Health Organization.

Perché si usa il glifosate in agricoltura

Il glifosate è utilizzato in agricoltura perché consente di abbattere notevolmente - tra 1/3 ed 1/4 - i costi di “pulizia” del terreno dalle erbe infestanti che ostacolano o rallentano la crescita delle colture. Per ottenere il risultato atteso è infatti sufficiente irrorarlo con minimo impiego di manodopera e di carburante e dunque con grande risparmio. A dosi basse è un pratico regolatore della crescita delle piante ed è un essiccante.

In ultimo, ma non ultimo, costa molto poco e a fronte di circa 1milione di tonnellate vendute ogni anno vanta un giro d’affari stimato in quasi 36 miliardi di dollari: “rappresenta un terzo di tutti i pesticidi usati a livello globale, mentre in termini di business costituisce circa ¼ del fatturato globale di questo mercato, attualmente quotato a circa 131 miliardi di dollari annui”.

Come agisce il glifosate

Il glifosate interferisce con la ‘via dello scikimato’ delle piante, una strada biosintetica presente in tutti gli organismi vegetali che consente di produrre gli amminoacidi essenziali alla sintesi delle proteine indispensabili per la vita. La disattivazione di questo sistema biologico delle piante indotta dal glifosato ne determina in poco tempo la morte. Gli animali superiori, uomo compreso, non hanno questa via biochimica e pertanto devono assumere gli amminoacidi attraverso la dieta.

Il glifosato nel 2003 è stato registrato da Monsanto come antibiotico: agisce dunque sui microrganismi.

Se un tempo l’uso del glifosate era limitato ai trattamenti post-raccolta del prodotto agricolo e al controllo delle infestanti nello spazio libero tra i filari di colture di alberi, noci e viti, l'introduzione di varietà di colture transgeniche progettate per essere resistenti proprio al glifosato - spiega sempre la WHO - lo hanno trasformato in un erbicida selettivo post-emergente: non intaccando l’OGM, ma solo le altre erbe e piante che eventualmente spuntano a disturbare, è apparso ideale per le colture annuali e in particolate per la soia coltivata nel continente americano (Nord e Sud) che è il maggior produttore ed esportatore globale di questo legume, acquistato anche dall’Europa per vari usi, compresa l’alimentazione degli animali da allevamento intensivo.

Dati indicano che nel tempo alcune erbe infestanti hanno iniziato a manifestare forme di resistenza, da cui un aumento delle dosi impiegate.

In Europa gli OGM ‘Roundup Ready’ (RR) – ovvero resistenti al glifosate che negli anni ’70 era commercializzato da Monsanto col nome “Roundu” - non sono ammessi, ma il glifosato costituisce oltre un terzo dei diserbanti utilizzati e oltre la metà per l’Italia (52%, dati Legambiente). 

Le conseguenze del glifosate

Incolore e inodore, solido, cristallino, solubile in acqua, è volatile e intacca ferro e acciaio. Ma la vera questione è se e quali conseguenze provoca all’ambiente e, soprattutto, agli animali e agli esseri umani.

La questione è dibattuta da tempo. La WHO, nello studio che abbiamo richiamato prima, scriveva che  “Il glifosato può essere trovato nel suolo, nell'aria, sulla superficie  e sul fondo dell’acqua, nelle acque sotterranee e negli alimenti. E’ stato rilevato in aria durante le operazioni di irrorazione nei campi. L’esposizione della popolazione generale avviene attraverso la dieta”.

Uno specifico gruppo di lavoro dell’International Agency for Research on Cancer della Who (realizzato senza avvalersi di studi dei produttori) nel 2015 aveva riportato  che “ci sono sufficienti prove di cancerogenicità negli animali da esperimento. Il glifosato ha anche causato danni al DNA e ai cromosomi nelle cellule umane. Da uno studio in comunità, i residenti hanno riportato aumenti dei marcatori ematici di danno cromosomico (micronuclei) dopo che il glifosato era stato spruzzato nelle vicinanze”e classificava pertanto il glifosato nel gruppo 2A, tra i probabili cancerogeni, in particolare per i linfomi, sia non Hodgkin che Hodgkin (IARC, Monographs on the evaluation of carcinogenic risks to humans, v. 112, pp. 1-452, 2017).

Tali conclusioni sono state, tuttavia, del tutto ribaltate da studi e verifiche successive.

Il Glifosate in Europa

In ordine alla potenziale cancerogenicità del glifosato “ECHA, EFSA, OMS e FAO – riporta l’Airc, l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro nel proprio sito web - hanno sempre espresso giudizi più rassicuranti”, pur prevedendo comunque misure di cautela, come il divieto di utilizzo in aeree densamente popolate (il diserbante è utile anche per mantenere binari o strade liberi da erbacce) o la necessità di riesaminare i livelli massimi consentiti per i residui che per legge possono essere presenti dentro o sopra gli alimenti. 

Nel 2018 è stato completato il riesame dei tenori massimi di glifosato ammessi per legge negli alimenti dall’EFSA, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare che sul proprio sito web riporta che “La revisione - che copre tutte le colture trattate con glifosato - comprende anche una valutazione del rischio che evidenzia come, ai correnti livelli di esposizione, non si ravvisi un rischio per la salute dell’uomo. Per questa valutazione l'EFSA ha messo a confronto dati sulla dieta di adulti e bambini dell'UE con i valori di sicurezza per l’assunzione raccommandati dall'EFSA stessa nel 2015”.

Nel 2019, la WHO - Organizzazione mondiale per la salute lo ha classificato a “moderata tossicità”. Nello stesso anno la Camera dei deputati austriaca ha votato a favore del divieto totale del glifosato (Ansa). Sempre nel 2019 il Glyphosate Renewal Group (GRG), gruppo di aziende che puntano ad ottenere il rinnovo dell’uso del principio attivo glifosate, ha presentato domanda formale di rinnovo dell’approvazione dell’uso del glifosato dopo la scadenza del periodo in corso, alla fine del 2022. E’ così iniziato il processo di rinnovo previsto dalla legislazione dell’UE. La Commissione europea ha istituito un Gruppo di valutazione sul glifosato – AGG, formato da Francia, Paesi Bassi, Svezia e Ungheria. Come richiesto, le imprese hanno presentato il loro dossier, sulla cui base l’AGG ha concluso che il glifosate non evidenzia potenziale genotossico, cancerogeno o tossicità riproduttiva”.

La valutazione è stata quindi sottoposta agli organismi europei ECHA e EFSA che svolgono due ruoli distinti e complementari nella valutazione delle sostanze attive utilizzate nei prodotti fitosanitari: l’ECHA-Agenzia europea delle sostanze chimiche è infatti responsabile della valutazione dei pericoli di una data sostanza; l’EFSA -Autorità europea per la sicurezza alimentare valuta i rischi che l’esposizione a una determinata sostanza potrebbe comportare. Nel documento presentato ECHA dichiara di “concordare a mantenere l’attuale classificazione del glifosato come causa di seri danni agli occhi e tossicità per la vita acquatica ma, sulla base di una revisione ad ampio spettro delle evidenze scientifiche, di concludere nuovamente che non è giustificato classificare il glifosate come cancerogeno” . Si attendono adesso le conclusioni della revisione tra pari curata dall'EFSA che avrebbero dovuto essere rimesse alla Commissione europea, agli Stati membri e al Gruppo di imprese mediante pubblicazione sul sito il 22 dicembre 2022. Per la complessità della questione (11mila pagine da esaminare contro le 5mila di media per l’approvazione dei fitofarmaci) il termine è stato prorogato genericamente a luglio 2023 e, a quanto pare, dovrebbero arrivare a giorni.

Perché si parla di glifosate proprio a Napoli

In ragione dei numerosi apporti di chi è preoccupato da un lato per gli effetti a lungo termine su ambiente e salute, dall’altro per il sicuro aumento dei costi e il possibile calo della produzione in particolare per quanto riguarda il grano duro, da cui si ricava la pasta, e anche l’uva, il termine è slittato a metà luglio.  

In Europa, spiega una nota stampa di Confagricoltura Campania diffusa negli ultimi giorni, le principali colture trattate con il glifosate includono:

  • cereali
  • colza
  • barbabietole da zucchero
  • patate
  • vigneti
  • olive
  • agrumi
  • frutta a guscio.

Attenzione: è evidenziato nella nota di Confagricoltura Campania che nel nostro Paese

  • l’uso del glifosate nella coltivazione dei cereali è consentito dalla normativa vigente solo in fase di pre-semina e in pre-emergenza (prima cioè che spuntino le piante infestanti);
  • non sono consentiti i trattamenti pre-raccolta sui cereali;
  • è vietato l’utilizzo del glifosate per il trattamento del giardino familiare, anche da parte di personale specializzato con abilitazione all’uso degli agrofarmaci.

In numeri, Confagricoltura Campania stima che a fronte della produzione annua totale di 181.207 tonnellate di grano duro prodotte nella nostra regione, ben 108.724 sarebbero prodotte “trattandole con glifosate”. L’associazione richiama quindi uno studio della società di ricerca e consulenza Areté – che ha tra le proprie referenze lavorative Bayer e U.S. Wheat association ovvero l’associazione che raggruppa i produttori di grano USA - l’impatto in Campania di un’eventuale eliminazione del glifosate sulle rese produttive di frumento duro potrebbe variare dal -15% al -25% per cui “la regione subirebbe dunque una riduzione che si stima compresa tra 16.309 e 27.181 tonnellate di frumento duro, pari – ai prezzi correnti – ad un  valore economico tra i 5,6 e i 9,3 milioni di euro”. Si stima anche che la produzione totale potrebbe diminuire tra le 154.000 e 165.000 tonnellate annue. Inoltre “per ciò che concerne i costi aggiuntivi rispetto alla coltivazione convenzionale con glifosate, essi potrebbero arrivare sino a +48,49 Euro/T (+10,4%) per il frumento duro”, conclude Confagricoltura Campania. 

Glifosate e acqua

Se gli effetti sulla salute umana a medio e lungo termine restano controversi, come i parametri, non sembra si possa discutere sugli effetti del glifosate sull’acqua. Poco più di un mese fa, a maggio 2023, Legambiente Lombardia ha presentato un “Dossier glifosato –la contaminazione del reticolo idrico minore nella pianura irrigua lombarda” realizzato sulla base di  analisi della Facoltà di Agraria dell'Università di Milano e da Irsa/CNR, con il supporto di Fondazione Cariplo. Nel dossier si rilevano “effetti preoccupanti sulla biodiversità e sulla salute umana”. Nelle conclusioni il dossier riporta che “benché in Pianura Padana l’utilizzo agricolo del glifosate sia circoscritto a trattamenti effettuati in presemina o alla terminazione di colture di copertura, in anticipo rispetto alla stagione vegetativa, le caratteristiche di persistenza del principio attivo e, soprattutto, del suo metabolita AMPA, nonché la sua alta solubilità in acqua, possono provocare, in relazione all’andamento meteoclimatico, un rilascio, dai terreni trattati ai corpi idrici della maglia fine del reticolo idrico secondario e terziario, particolarmente accentuato nelle prime settimane della stagione irrigua (da aprile a giugno), con concentrazioni su valori superiori, di ben quattro ordini di grandezza, rispetto ai valori di SQA che definiscono il buono stato chimico dei corpi idrici. La ricerca effettuata ha permesso di evidenziare il ruolo preminente di glifosate e AMPA quali agenti di contaminazione delle acque rispetto agli altri fitofarmaci cercati e analizzati, nonché di riscontrare effetti a carico tanto di macrofite acquatiche quanto di organismi dello zooplancton ai livelli di concentrazione di principio attivo misurati in natura. I dati confermano che, a livello di reticolo idrico minore, le due molecole costituiscono una minaccia per la conservazione della biodiversità acquatica, in quanto capaci di generare effetti misurabili di tossicità su specie sensibili che caratterizzano le comunità vegetali e animali di questi ecosistemi”.

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