Web novel, Jesus Capitolo 3

Terzo appuntamento

Il primo a uscire dalla sala parto fu il ginecologo che aveva seguito la gravidanza fin dal primo momento. Il medico era scuro in volto. I lineamenti, già scavati dell'uomo, sembravano pronunciarsi ulteriormente a causa della fatica profusa in quel parto; e a questa si aggiungeva anche la paura di pronunciare le parole che da lì a poco avrebbero raggiunto Nunzia.

La titubanza del medico spinse Nunzia a rompere per prima quegli attimi di silenzio che stavano rendendo pesante pietra l'aria già resa viziata dall'arsura mista al fumo di sigaretta che impregnava quello spazio.

“Dottore, cosa è successo? Come sta mia cognata? E il bambino?”

Il medico, prima di rispondere ai numerosi interrogativi, rubò ancora qualche secondo, per poi lacerare egli stesso quella cappa di ansia che sembrava essere divenuta, ormai, padrona di tutto il reparto della clinica soccavese.

“Signora... le condizioni del bambino sono abbastanza buone. Il parto è stato lungo e difficile ma... per quanto riguarda la madre....”.

“Dottore, volete parlare?? Come sta mia cognata!!”. Lo ammonì Nunzia.

“Signora... sua cognata ha perso moltissimo sangue. Le sue condizioni sono stazionarie, ma servono ulteriori cure. Dobbiamo scongiurare - il prima possibile - il rischio che il suo stato di salute possa aggravarsi improvvisamente”.

In quel momento gli occhi di Nunzia si fecero vacui; come quelli degli squali bianchi. Il petto trafitto da mille aghi. Una sensazione che, però, non era generata dal timore per le condizioni critiche in cui versava la cognata; bensì dalla profonda consapevolezza di ciò che sarebbe avvenuto dopo: il crollo immediato di tutte le sue certezze e la recisione di tutte le speranze in un futuro migliore che, da nove mesi ormai, stavano germogliando nei suoi sogni più dolci.

Il boss, il cognato, il Dio del Rione Traiano, come avrebbe reagito a ciò che stava accadendo?

E, ancora, che fine aveva fatto quella nullità del marito?

Troppi interrogativi affollavano l'elementare mente della donna che, vinta dal peso di quel fardello, si portò la mano alla fronte, sedendosi a fatica sul primo appoggio che le inferme gambe riuscirono a raggiungere.

Intanto, Emanuele Falco, il fratello Giuseppe e tutti gli altri finiti in manette, si trovavano presso la Questura di Napoli. Il commissario Murolo aveva ben chiare in mente le domande da porre al boss.

Come poteva essere altrimenti, d'altronde; erano anni che l'anziano poliziotto se le ripeteva in mente, ogni giorno, ogni momento, come una preghiera, come una poesia studiata fin dalle classi inferiori, come la migliore formazione di sempre della propria squadra del cuore. Una nenia che si ripeteva da quando gli fu assegnato l'incarico di porre fine alla latitanza del super criminale.

“Credevi che questo giorno non arrivasse mai? - Disse Murolo - Eppure adesso stiamo qua! Tra poco arriverà il magistrato che convaliderà l'arresto e, finalmente, potrai trasferirti nella tua nuova a casa a Poggioreale”.

“Commissario – rispose Falco – non le pare di stare correndo un po' troppo? Forse questo arresto così cinematografico, il fatto che ha ammazzato mio amico Gasbarron, non le avrà fatto montare un po' la testa?”.

Murolo, a quel punto, si lasciò travolgere dalla rabbia. Tutta la tensione accumulata in quei duri anni di fatica, raggiunse il suo culmine e si manifestò con forza. Il commissario, con un tremendo manrovescio, colpì al volto il boss, facendolo cadere dalla sedia.

Gli altri agenti presenti in quella stanza si precipitarono per frenare la rabbia del commissario, mentre, al contrario, gli scagnozzi di Falco rimasero fermi nelle loro posizioni, seppure guardando la scena con sguardo sbigottito. Anche Giuseppe Falco rimase immobile nei secondi successivi alla caduta del fratello, avvicinandosi solo dopo pochi istanti, afferrando il boss per un braccio e cercando di aiutarlo a sollevarsi. Emanuele, ferito nell'orgoglio, tirò a sé con rapidità il braccio afferrato dal pavido fratello. Un gesto di stizza che, ovviamente, non era neanche paragonabile a quello manifestato dalla sua bocca da lì a pochi attimi:

“E bravo il commissario. Mi ha dato uno schiaffo. Quanto tempo era che sognavi di farlo? Tutti i fallimenti degli ultimi anni ti bruciano ancora?”.

Urlò Emanuele Falco, cercando di recuperare un barlume di potere che, quello schiaffo, zuppo di disonore come quello che si può dare a un bambino scostumato e viziato, aveva seriamente messo in discussione.

Urlò di rabbia, Emanuele Falco, ma le parole che uscirono dalla sua bocca non riportavano fedelmente il messaggio che il boss voleva affermare:

“Io sono il Dio del Rione Traiano. Nessuno può permettersi di gettarmi nell'imbarazzo! Nessuno può iniettare la vergogna nelle mie vene”.

Questo era il sottotesto delle parole di Emanuele Falco. Parole avvertite da tutti in quella stanza, poliziotti e camorristi, ma non udite da nessuno. Parole che, probabilmente, Emanuele Falco avrebbe voluto rivolgere soltanto a una persona: se stesso.

Proprio quando sembrava che la situazione stesse degenerando ulteriormente, la porta della stanza si aprì: era il magistrato di turno che avrebbe dovuto convalidare l'arresto.

“Cosa sta succedendo qui dentro? Ma siamo tutti impazziti? Le urla si sentono anche nel corridoio!”.

Disse il giudice, quasi a voler rimarcare che, adesso, era lui e soltanto lui a rappresentare la legge in quella stanza. Né gli uomini della polizia, né tanto meno Falco e i suoi scagnozzi, sempre degni rappresentanti della legge della malavita.

“Non ho tempo da perdere!”, continuò il giudice. “Conosco molto bene tutte le persone che oggi sono state arrestate e i reati cui vi siete macchiati. Arresto confermato per tutti. Soltanto Falco Giuseppe può tornare in libertà, ma si ritenga a disposizione della magistratura”.

Un colpo di fortuna inaspettato per Giuseppe Falco. Per una volta, forse l'unica nella vita, la sua totale incapacità di far parte dell'attività criminale che ha sempre caratterizzato il nome della sua famiglia, aveva giocato a suo favore. Non c'erano accuse contro di lui e anche la sua presenza al momento dell'arresto era stata del tutto casuale; derivata solamente dalle complicazioni sorte durante il parto della moglie del fratello.

Allora, a quel punto, sempre più lontano dal ruolo di “Dio” che si era costruito negli anni, Emanuele Falco cercò quasi di toccare le corde della pietà del magistrato:

“Giudice, per favore, non posso essere arrestato, mia moglie sta partorendo. So che ci sono stati dei problemi e non so neanche se lei e mio figlio stanno bene. Devo andare in ospedale per vedere come stanno”.

Il magistrato, neanche a dirlo, rimase sordo alla richiesta di quel boss decaduto nel lasso di tempo di un respiro. Un capoclan che aveva impiegato tutta la vita per salire fino in cima. E che, nel corso di un semplice interrogatorio (lungo come tutte le vite del mondo), era finito a implorare gli inquirenti di non arrestarlo.

“Falco, per cortesia, non dica fesserie. Lei è in stato di arresto. Le accuse mosse nei suoi confronti sono gravissime e portano in una sola direzione: quella del carcere.

Falco, a quel punto, comprese. Il processo sarebbe stato lungo, senza dubbio, ma, per lui, rivedere il sole e, soprattutto, riprendere il comando dell'impero che aveva costruito, sarebbe stato come scavare un tunnel in una montagna servendosi solo della forza delle proprie mani.

Allora, in quel momento, Falco prese una decisione: per la prima volta nella sua vita scelse di avere fiducia nel fratello e anche nella moglie; due appendici della sua vita, null'altro, che adesso avevano l'opportunità di giocare un ruolo chiave nelle sorti del clan.

“Giuseppe, vai da Tina. Vedi come sta! Adesso è lei che deve occuparsi del bambino e anche di tutto il resto. E tu le devi stare vicino! Non mi fido di nessuno. Solo tu la puoi aiutare”.

“Te lo giuro Emanuele - rispose quasi commosso Giuseppe – ci penso io a tua moglie e tuo figlio. Tu non preoccuparti di niente”.

Mentre il boss e gli altri tirapiedi venivano portati via dagli agenti di guardia, Emanuele Falco lanciò un'ultima occhiata al fratello. Un cenno d'intesa. Un segnale di fiducia, forse obbligata ma che, di fatto, era stato il primo sprazzo di vicinanza che il capoclan aveva mostrato per l'inutile familiare.

Giuseppe Falco non esitò ancora. Firmò il documento di rilascio e si diresse rapidamente verso l'uscita. Non c'era tempo da perdere: bisognava tornare immediatamente alla clinica dove era nato il figlio di Dio. Un figlio che, di fatto, gli era stato affidato e che, adesso, rappresentava la salvezza di tutto il clan.

Presso la clinica, intanto, Nunzia continuava la sua infinita attesa per capire che fine avesse fatto il marito. La rabbia, ormai, aveva prevalso sulla paura di una reazione violenta da parte dell'ingombrante cognato. La donna, in preda alla collera, aveva studiato con cura qualsiasi possibile scenario in cui, lei e l'inutile consorte, sarebbero potuti sprofondare. Un susseguirsi incessante di pensieri negativi che, rapidamente, stava conducendo verso la consapevolezza che la soluzione più intelligente fosse quella di scappare dal rione, abbandonando Tina nella clinica e facendo inghiottire dall'oblio tutte le tracce della propria esistenza.

E, in quell'istante, quando questa ipotesi, da sterile e informe nuvola d'idea, stava prendendo i solidi contorni di una colonna greca, la grossa porta vetrata del reparto si spalancò ancora una volta: era Giuseppe, che finalmente aveva raggiunto la clinica. L'eterna nullità del clan volse immediatamente il proprio sguardo verso Nunzia. Troppa era l'impazienza di dire che, forse, dopo una vita siffatta e completamente indirizzata verso la nullità, aveva finalmente ricevuto il mandato di divenire uomo.

Nunzia, ovviamente, non era a conoscenza di ciò che era accaduto. Dell'arresto. Dell'uccisione di Gasbarron. E neanche della promessa. Soprattutto della promessa. La promessa che era null'altro che un ordine per il boss Falco. La promessa che era il lasciapassare verso una strada fatta di rispetto per il fratello Giuseppe.

La donna, pronta ad affossare il marito sotto un'onda di insulti e umiliazioni per essere stata abbandonata nella sala d'aspetto della clinica, non ebbe neanche il tempo di aprire bocca. Fu il marito, invece, rinvigorito da nuove e sconosciute certezze, a bloccarla; afferrandole con forza le spalle.

“Nunzia: Emanuele è stato arrestato. Gasbarron è morto. Adesso Tina è rimasta sola. Dovremo essere io e te ad aiutarla. Emanuele me lo ha chiesto. Ora possiamo finalmente crescere. Possiamo finirla di essere guardati da tutti come nullità. Ora Emanuele tiene bisogno di noi. Tutti quanti dovranno trattarci con rispetto. Adesso siamo noi che ci occupiamo della moglie e del figlio del boss”.

Nunzia rimase ferma per qualche secondo. Intorpidita... e non certamente perchè il marito, forse per la prima volta, l'aveva stretta come avrebbe fatto un uomo vero. Più del contatto fisico, erano state le parole del marito a smuovere qualcosa dentro di lei. Un'idea. Forse impossibile, ma che adesso certamente esisteva. Qualcosa che era molto più di un semplice sogno ma che, adesso, da grigio fumoso, correva rapido verso una colorazione molto più viva e accesa:

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“Giuseppe... e perché dobbiamo essere quelli che si prendono cura della moglie e del figlio di Emanuele Falco? Non è meglio essere quelli che si prendono cura solo del figlio di Emanuele Falco?”.  

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