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Napoletani scomparsi in Messico: condannati gli agenti di polizia

Erano accusati di aver sequestrato due dei tre partenopei e di averli consegnati al cartello del “Quince”

Sono stati condannati i tre poliziotti appartenenti al comando della città di Tecatitlan nello stato di Jalisco in Messico, per il reato di “desparicion forzada” dei tre napoletani Raffaele Russo, il figlio Antonio Russo ed il nipote Vincenzo Cimmino di cui non si hanno più notizie dal 31 gennaio 2018. Salomon Adrian Ramos Silva, Emilio Marines Garcia e Linda Guadalupe Arroyo rischiano dai quaranta ai 60 anni di carcere così come preannunciato dal  Procuratore Generale dello Stato di Jalisco Raul Sanchez Jimenez. Le pene verranno determinate nel corso dei prossimi giorni. Una lunga pronuncia di condanna per i tre sequestratori avvenuta alle 4.17 ora italiana di sabato 3 aprile che ha rischiarato numerose zone d’ombra su una vicenda corredata da droga, pestaggi e false testimonianze.

Il processo ha avuto inizio il 21 febbraio nel corso del quale sono emersi i retroscena del rapimento dei tre partenopei con la connivenza della polizia locale e la malavita messicana. Il primo a sparire in circostanze misteriose è stato il sessantenne Raffaele Russo presumibilmente nel primo pomeriggio del 31 gennaio del 2018. Il figlio Antonio  ed il nipote Vincenzo Cimmino  arrivati in Messico per lavorare con Raffaele Russo si sono messi sulle sue tracce preoccupati dall’assenza di notizie del congiunto. Erano riusciti a collegarsi al sistema satellitare collegato sulla vettura a noleggio utilizzata dal sessantenne e recatisi nel luogo in cui si recepiva l’ultimo segnale, la disperazione. Non l’avevano trovato e da lì è partita la ricerca di Raffaele Russo. I due partenopei hanno cominciato a chiedere in formazioni ai locali senza esito favorevole accorgendosi però di esser seguiti dai poliziotti. Erano tre, due uomini e una donna, a bordo di un’auto e di due moto.

Raggiunto un distributore di carburante Antonio Russo e Vincenzo Cimmino sono stati prelevati dagli agenti messicani. Una nota vocale su whatsapp a Francesco Russo fratello di Antonio e figlio di Raffaele è l’ultima traccia lasciata dai partenopei. “Non posso sbagliare Presidente è la voce di mio fratello, è la voce del mio sangue” – ha ammesso tra le lacrime Francesco Russo accompagnato dai suoi legali Luigi Ferrandino e Claudio Falleti presso la sede consolare messicana a Napoli dove si teneva in videoconferenza il processo nello Stato di Jalisco. Nel corso del dibattimento sono emersi dati agghiaccianti. I tre partenopei presumibilmente sono stati venduti al cartello criminale Cartel Jalisco Nueva Generacion (CJNG) per poco più di 45 euro. Doveva trattarsi di un tipico sequestro con riscatto orchestrato dal “El Quince”alias del boss locale José Guadalupe Rodriguez Castillo, ucciso lo scorso febbraio in uno scontro a fuoco poco dopo la sua scarcerazione.

Un riscatto però mai richiesto alla famiglia. Nei lunghissimi interrogatori con gli imputati e dall’esame delle numerose conversazioni intercorse tra gli appartenenti alle forze di polizia messicane è emersa l’omertà che doveva esser mantenuta ad ogni costo. Una volta che i due italiani vennero portati al comando di polizia chi era presente non doveva parlare ed il silenzio era ottenuto a suon di pestaggi continui. Anche alcuni cittadini messicani escussi come testi sono stati barbaramente percossi. La verità di quella ‘desparicion forzada’ di Raffaele Russo, Antonio Russo e Vincenzo Cimmino non doveva emergere. Nelle more della lettura della sentenza di condanna Linda Guadalupe Arroyo si è data alla fuga. Non voleva che le toccasse la stessa sorte del collega Fernando Hernandez Romero deceduto in carcere in circostanze misteriose. Una fuga che per i legali della famiglia Russo e Cimmino è “un riconoscimento di colpa”.

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