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Cristo nel rione del clan Gionta: il sindaco Starita in aula

Il primo cittadino di Torre Annunziata ha testimoniato nel processo per gli abbattimenti a piazzetta San Luigi

Questa mattina intorno alle 11, il primo cittadino di Torre Annunziata, Giosuè Starita ha testimoniato dinanzi ai giudici della prima sezione del tribunale oplontino per il processo scaturito dai ritardi negli abbattimenti degli abusi edilizi a due passi da palazzo Fienga, roccaforte del clan Gionta. Il sindaco è stato chiamato a deporre come testimone chiave del processo visto che fu lui a firmare l'ordinanza che decretava i lavori di abbattimento di una statua di Cristo alta quattro metri a piazzetta San Luigi e di altre opere abusive. «Decidemmo di abbattere quel Cristo in stile Rio de Janeiro con urgenza per dare un segnale alla camorra. Era a piazza San Luigi a cinquanta metri da palazzo Fienga. La posizione del comune fu chiara. Dissi all'allora assessore alla sicurezza Giuseppe Auricchio di fare presto, di demolire e poi ricostruire». Erano chiare le intenzioni dell'amministrazione e le ha ribadite in aula questa mattina a distanza di sette anni. Starita ha poi ricordato come l'autore dei manufatti abusivi, D'Acunzo, anch'egli a processo abbia provato più volte a ricostruire e come i lavori di abbattimento della sua depandance abusiva fossero una prescrizione della commissione d'accesso entrata al comune nel 2013.

Proprio su indicazione del prefetto Musolino il 12 maggio 2014 vennero conclusi i lavori abbattimento dei restanti manufatti abusivi di proprietà di D'Acunzo per una spesa di 24 mila euro. Tutto è partito però il 18 dicembre 2009, il giorno in cui cominciarono i lavori di abbattimento “scortati” da centinaia di agenti di Polizia. I lavori si fermarono e ripartirono più volte quel giorno per le difficoltà legate al capire se la piazzetta fosse pubblica o privata. Dopo dei controlli al comune nel corso della mattinata emerse che era privata ma ad utilizzo pubblico ma nel frattempo i lavori di abbattimento erano stati sospesi e questa circostanza è alla base dell'accusa mossa a carico di due tecnici comunali, responsabili dell'Edilizia abusiva, coinvolti nello stesso processo, Ciro Cusano e Gino Di Donna, difesi dagli avvocati Ferdinando Striano e Maria Sella. Inoltre c'era l'urgenza di portare a termine un'operazione di polizia assai complessa, come testimoniato nel corso della prima udienza dal vice-questore Elvira Arlì che coordinò il tutto. La piazzetta dove avvenne l'abbattimento era una sorta di «cortile abusivo» con al centro il Cristo alto quattro metri. Un simbolo eretto da un uomo ritenuto vicino al clan Gionta, Alessandro D'Acunzo, alias “gamba di legno”, per “ingraziarsi” i devoti abitanti del rione. Un gesto come se ne vedono tanti nei quartieri sui cui si sente la pressione delle organizzazioni criminali che entrano nella vita di tutti i giorni delle persone comuni anche con questi piccoli segnali. Nel momento in cui si capì che il manufatto doveva essere abbattuto i familiari dell'imputato si riversarono in strada opponendosi ed urlando contro gli agenti.

A questo bisognava aggiungere anche l'iniziale incertezza della ditta di demolizioni che non riusciva a capire quali elementi doveva abbattere. Trascorse circa un'ora prima dell'arrivo dei tecnici comunali che indicarono le opere da demolire. Un lasso di tempo lunghissimo per gli agenti che dovevano gestire la pressione degli abitanti del rione che, fomentati dai parenti di D'Acunzo chiedevano veementemente le ragioni del provvedimento. Accanto al Cristo c'erano anche panchine e paletti, tutto costruito arbitrariamente per il rione da gente vicina al clan. L'abbattimento avvenne solo dopo l'arrivo dell'allora assessore alla Sicurezza ed ex poliziotto, Giuseppe Auricchio. Tutto questo lasso di tempo di pausa, che mise a dura prova la sicurezza degli agenti di polizia sul posto, è stato motivato con il fatto che l'abbattimento doveva avvenire senza che i tecnici comunali fossero in possesso né di un verbale di accertamento né di un'ordinanza. Come raccontato da Di Donna, nel corso della scorsa udienza l'abbattimento venne percepito anche dai tecnici come un'operazione di contrasto alla malavita nel quartiere con un carico di responsabilità e di rischi da eludere in pochissimo tempo. Per questo motivo vennero prese per buone le indicazioni date dall'ordinanza del sindaco prima e dall'assessore Auricchio sul posto poi dando il via ad un'operazione che però non ha alcun documento cartaceo a dimostrare lo svolgimento dei fatti in quella giornata così convulsa. Urgenza confermata in aula anche dal primo cittadino questa mattina.

Resta poi da chiarire la posizione dell'architetto Giacomo Cuccurullo, altro dipendente comunale che pochi giorni dopo il primo abbattimento firmò un verbale di somma urgenza che permise di affidare senza gara un appalto per l'abbattimento da 60 mila euro alla società “Freedom Srl” di Quarto. Secondo il pm della procura oplontina Mariangela Magariello, l'affidamento in questi termini è illegittimo motivo per cui risulta imputato anche l'architetto del comune. Sulla vicenda è stato ascoltato anche l'impiegato comunale Pasquale Popolo, geometra dell'ufficio tecnico. Popolo in aula ha raccontato che Cusano e Di Donna si allontanarono dal posto dopo che D'Acunzo aveva mostrato loro un foglio che diceva che la proprietà era privata. Al catasto però risultò che fosse ad uso pubblico motivo per cui la procura oplontina ha ritenuto arbitrario l'allontanamento e la sospensione dei lavori messa in atto dai due tecnici comunali a processo.

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