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L'accesso alla chiesa su piazza San Domenico. Foto di Chiara Di Martino

L'accesso alla chiesa su piazza San Domenico. Foto di Chiara Di Martino

San Domenico Maggiore, dove insegnò San Tommaso d’Aquino

Ancora oggi, nella chiesa trecentesca voluta da Carlo II d’Angiò, è visibile la cella dove il filosofo visse e tenne le sue lezioni

Esattamente a metà del decumano inferiore si apre piazza San Domenico, dal nome della antica chiesa monumentale che vi si affaccia. Voluto da Carlo II d'Angiò, come voto fatto alla Maddalena durante la prigionia patita nel periodo dei vespri siciliani, ed eretto tra il 1283 e il 1324, l’edificio di culto divenne la casa madre dei domenicani nel regno di Napoli e chiesa della nobiltà aragonese. I domenicani, con a capo Fra Tommaso Agni da Lentini, erano giunti a Napoli nel 1231 per stabilirsi nell'antico monastero della chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, gestita dai padri benedettini: era questo l’antico nucleo dell’odierno edificio sacro, che era stata già precedentemente consacrata a San Domenico.

La “nuova chiesa” fu realizzata in senso opposto a quella preesistente, vale a dire con l'abside rivolta verso la piazza (è la parte visibile da piazza San Domenico) alle cui spalle fu aperto un ingresso secondario durante il periodo aragonese. Il progetto richiamava i canoni classici del gotico, con tre navate, cappelle laterali, ampio transetto e abside poligonale, anche se gli interventi realizzati nel corso del tempo hanno mitigato questo stile: nel periodo rinascimentale terremoti e incendi avviarono i primi rifacimenti, seguiti da quelli in stile barocco del Seicento, tra i quali spiccano la sostituzione del pavimento con quello progettato da Domenico Antonio Vaccaro, poi completato nel XVIII secolo.

Con l'arrivo di Gioacchino Murat a Napoli, il complesso fu destinato a inizio Ottocento ad opera pubblica, con numerosi danni alla biblioteca e al patrimonio artistico. Come è noto, di lì a poco sarebbero stati soppressi gli ordini religiosi, così i padri dominicani dovettero lasciare di nuovo il convento, che si ritrovò ad avere nuove (e inadatte) destinazioni come palestra, scuola, ricovero per mendicanti e tribunale. I restauri del 1953 eliminarono i segni dei bombardamenti del 1943, ripristinando il soffitto a cassettoni, i tetti, le balaustre delle cappelle, la pavimentazione e l'organo settecentesco e riportando alla luce anche gli affreschi del Cavallini, mentre interventi più recenti si sono avuti sulla scala esterna in piperno e sulla porta marmorea.

Nel complesso visse e insegnò il frate e filosofo San Tommaso d’Aquino (di cui è ancora visibile la cella), che non fu l’unico uomo illustre ad avere rapporti con la chiesa. Tra gli allievi, infatti, si ricordano altri personaggi come Giovanni Pontano, Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Un altro al convento è su vico san Domenico, accanto a quello principale posto sulla grande scalinata sul lato occidentale. Restaurato nel 2012 riportando alla luce il progetto dell'architetto Francesco Antonio Picchiatti (XVII secolo), il convento si sviluppa su tre piani: a quello di terra si affacciano il chiostro delle statue e la sala di insegnamento di san Tommaso D'Aquino (ancora oggi utilizzata ancora per alcune lezioni di teologia, è ricca di libri storici, di un pavimento maiolicato e di un affresco di Michele Ragolia); al primo piano la biblioteca, il refettorio, la sala del Capitolo e quella di San Tommaso; nei due superiori, infine, sono collocati gli ambienti privati dei frati domenicani.

Tre erano in origine i chiostri (che portavano l’estensione del complesso fino a via San Sebastiano) ma uno soltanto è rimasto legato al complesso religioso: il seicentesco chiostro piccolo (o delle statue, così chiamato per la presenza di quattro statue provenienti dalla chiesa di San Sebastiano). Il chiostro di san Tommaso invece è divenuto sede di una palestra comunale mentre quello grande, che un tempo ospitava la sala in cui ha vissuto Giordano Bruno, è sede di un liceo. Significativo il patrimonio artistico accumulato nel corso dei secoli della chiesa, che custodiva anche la Flagellazione del Caravaggio e l’Annunciazione di Tiziano (traslate al museo di Capodimonte), la Madonna del Pesce di Raffaello (portata in spagna dal vicerè duca di Medina ed esposta al Museo del Prado di Madrid), due Santi di Guido Reni (scomparsi) e la Madonna col Bambino e San Tommaso D’Aquino di Luca Giordano (rubata).

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