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Cedesi San Gregorio: le mani del Nord sulle botteghe dei pastori

La strada dei presepi è sull'orlo del fallimento a causa del blocco del turismo. Gli artigiani: "I grandi gruppi immobiliari stanno sondando il terreno. Siamo fermi da due anni, prima o poi saremo costretti a cedere"

Le aziende del Nord Italia vogliono acquistare le botteghe di San Gregorio Armeno. L'emergenza sanitaria si è presto trasformata in crisi economica e la chiusura delle attività, in assenza degli aiuti dello Stato, è solo una logica conseguenza. 

Non fa eccezione la strada più famosa di Napoli, chiusa da oltre un anno, eccezion fatta per i due mesi dell'estate 2020. "Per San Gregorio non fa differenza tra zona rossa o zona gialla - spiega Serena D'Alessandro, portavoce dell'Associazione botteghe di San Gregorio - Noi lavoriamo con i turisti che non ci sono e non ci saranno ancora per molto tempo. Siamo allo stremo e sulle nostre ceneri si stanno avvicinando grossi gruppi del Nord Italia interessati ad acquisire immobili e attività".

Un rischio concreto, dovuto a una crisi di cui non si vede la fine: "Se dovesse arrivare un buona offerta ci penserei seriamente - spiega Mauro Gambardella, un artigiano - Ho ricevuto 4-5mila euro di ristori, ma ci faccio poco visto che ne pago 1.400 di affitto, a cui si aggiungono bollette e tasse, oltre a quello che serve per far sopravvivere la mia famiglia". 

Il risultato potrebbe essere disastroso, con la trasformazione di via San Gregorio Armeno in un'anonima strada popolata dalle multinazionale dei fast food o della moda: "Chiediamo - afferma Gabriele Casillo, presidente dell'Associazione delle botteghe - alla Regione e allo Stato di sostenerci fino all'autunno quando, si spera, la campagna vaccinale ci consentirà una graduale apertura. Questa strada è un patrimonio di tutti e un indotto per tutto il centro antico di Napoli".  

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