“Pane. Storia d’amore in tempo di guerra” a teatro

Dal 18 al 20 marzo sarà in scena a Sala Ichos “Pane. Storia d’amore in tempo di guerra”, scritto e diretto da Luisa Guarro, con Cecilia Lupoli, Ettore Nigro e Omar Suleiman. Lo spettacolo, liberamente ispirato a “Il Pane” di Samira Azzam, è ambientato nel 1947, durante la guerra di resistenza civile palestinese e pone al centro del suo sviluppo drammaturgico l’amore. Quell’amore in grado ‒ come pochi ‒ di dare un senso alla guerra, così come la stessa regista spiega: «Se da un lato c’è la guerra di chi commette il sopruso, la guerra di chi usurpa una terra e una casa, dall’altro c’è la guerra di chi resiste, di chi lotta per la giustizia e la libertà, di chi si difende e difende i propri diritti e questa guerra è amore».

Note di regia. Una storia d’amore, nata nel bel mezzo della breve guerra di resistenza civile dei palestinesi (1947). Protagonisti una volontaria infermiera e un improvvisato soldato, impegnati in azioni necessarie, rese urgenti dal pericolo di morte, che incombe tutt’intorno e nel contempo presi, miracolosamente, dalla bellezza e delicatezza, che ciascuno riconosce nell’altro, nonostante il freddo, il fragore delle esplosioni, nonostante la paura e la rabbia. La guerra separa i due innamorati e accade, un giorno, che la bella infermiera si faccia carico di portare pane ai soldati in trincea; Questi, privi di provviste da troppi giorni, sono affamatissimi… 

In questa storia d’amore e guerra, in cui l’amore dà significato alla guerra, si pone una questione contingente, ma immediatamente universale, attuale e quotidiana: mangiare o non mangiare il pane insanguinato, con il quale ogni giorno apparecchiamo le nostre tavole. Questa domanda, dibattuta da sempre, nel racconto “Il pane” di Samira Azzam, cui mi sono liberamente ispirata, rimanda al concetto religioso dell'Eucarestia. Nel mio adattamento teatrale, accolgo la questione e alla risposta etico-spirituale di Samira Azzam “sostituisco”, con una variazione narrativa, una risposta materiale e meccanica, nel tentativo di far assurgere ad evento sacro un fenomeno materiale, quale è la soddisfazione della fame come diritto e dovere storico politico: il dovere di preservare la propria coscienza e la propria memoria, di non permettere alla fame di ottundere la mente, il diritto di morire con dignità umana. Propongo così, in un dialogo tra soldati esasperati, la mia riconsiderazione laica del senso dell'eucaristia.

Samira Azzam ha vissuto la Nakba, la cacciata dei Palestinesi dalle loro case, scrive ciò che ricorda e ne fa dei racconti brevi, tristi e intensissimi. In essi l’intreccio e il suo epilogo, dispiegati nella loro concretezza, rimandano ad una riflessione profonda ed inequivocabile, come se la narrazione, oltre a rendere giustizia alla memoria di quanti hanno subito il sopruso, restituendo loro il volto umano di individui, ciascuno con la sua storia e le sue vicissitudini, fosse il pretesto per esplicitare un concetto, la cui definizione, per via di un’argomentazione logico-filosofica, sarebbe poca cosa rispetto all’evidenza del fatto. Rispetto all’evidenza del fatto non può esserci dubbio o interpretazione, nessun se, nessun ma, nessuna ideologia, nessuna necessità storico politica: Se da un lato c’è la guerra di chi commette il sopruso, la guerra di chi usurpa una terra e una casa, dall’altro c’è la guerra di chi resiste, di chi lotta per la giustizia e la libertà, di chi si difende e difende i propri diritti e questa guerra è amore!

Se si rende rapido il passaggio dal fatto narrato al significato che con esso si fa evidente, tutto torna, dal racconto alla vita stessa di Samira Azzam: “Non sarebbe bastato sopravvivere alla morte, si è davvero sopravvissuti solo se il cuore continua a battere, e in quella breve resistenza e in quanti dopo e ancora resistono, dentro e fuori la Palestina, il cuore batte forte”. 

Samira Azzam, giornalista e autrice, nata nel 1927 ad ‘Akka (San Giovanni d’Acri), nella Palestina sotto mandato degli inglesi, nel giugno del 1967, mossa dalla speranza e dall’amore, parte dal Libano, dov’era stata deportata con la sua famiglia nel ’47, e mossa dalla speranza e dall’amore, tenta di arrivare a Gerusalemme, per prendere parte e documentare la guerra dei 6 giorni. Lungo il difficile percorso Samira muore.  (Luisa Guarro)

Sala Ichos

18 – 19 – 20 marzo; venerdì e sabato ore 21 e domenica ore 19

Via Principe di Sannicandro 32 – San Giovanni a Teduccio (NA) 

Fermata metro linea 2: San Giovanni a Teduccio - Barra.

Lo spazio è dotato di parcheggio ampio e gratuito.

Info e prenotazioni: 335 765 2524 – 335 7675 152 - 081275945 (dal lunedì al sabato dalle 16 alle 20 – domenica dalle 10 alle 17)

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