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Coprifuoco, locali in ginocchio: "Siamo una generazione disgraziata"

L'intervista ad uno dei proprietari del Riot Concept sulle difficoltà di fare impresa nell'era del Covid-19

Il Riot Concept Store di via Kerbaker, 19 ha una storia che risale a circa 4 anni. Nasce da un’idea di quattro giovani imprenditori partenopei: Stefano Grasso, Gianpiero Iodice, Luigi Stallone, Gianmarco Crosio.

Incontro Stefano Grasso e gli chiedo: Il Riot è considerato una nuova proposta da offrire ai napoletani. Il “The New York Times” ha dedicato uno spazio per raccontare del vostro Young Team. Quante energie sono state impegnate per la sua realizzazione?

"Il “The New York Times ha sottolineato la volontà da parte di un gruppo di giovani di creare qualcosa di “nuovo”. E’ stato ed è un grande lavoro di squadra che ha impegnato tutte le nostre energie fisiche e mentali e che ancora oggi ci impegna al 100%. Proporre un “prodotto” innovativo è tanto affascinante quanto dispendioso, e noi ci crediamo ogni giorno. Napoli poco lavoro e tante energie creative".

Quanti e quali ostacoli avete dovuto affrontare e superare?

"Ostacoli infiniti, potrei fare un elenco lunghissimo. L’ostacolo più difficile, oltre alla burocrazia, è stato ed è tutt’ora la mentalità. Noi ci scontriamo ogni giorno con un modo di fare particolarmente rigido e chiuso rispetto alle novità, dove il limite sottile e più grande resta l’educazione. Noi continueremo a credere che la nostra educazione potrà sovvertire regole non scritte".

La vostra generazione ha sentito dire “il lavoro bisogna saperlo inventare” e voi lo avete inventato, non solo per voi stessi, ma avete creato nuovi posti di lavoro. A Marzo scorso, per via di un’inaspettata pandemia avete dovuto subire la chiusura totale per alcuni mesi. Alla riapertura quali provvedimenti avete dovuto adottare per mettere in sicurezza la vostra attività?

"La nostra responsabilità è stata la volontà di creare posti di lavoro stabili per altri giovani, e col progredire dell’attività siamo riusciti a dare lavoro a tanti ragazzi. Post lockdown abbiamo dovuto riadattare completamente la nostra attività: segnaletica, distanziamento, utilizzo di mascherine, protezioni in plexiglas sono solo alcune delle misure a cui abbiamo dovuto provvedere. Il lavoro è completamente cambiato mentalmente, nell’approccio, nello stress infinito per il rispetto di norme che ci sono state inviate per poter “ripartire”.

La politica conosce i vostri bisogni?

"La politica a mio avviso li conosce, ma non può soddisfarli, non ha la forza. Ecco il motivo di questa chiusura alle 18.00 che non è null’altro che un lockdown per noi. Abbiamo bisogno che si parli concretamente, che non si utilizzino termini difficili. Non bisogna parlare recovery fund quando l’interlocutore è una persona che ha l’esigenza di dover capire come poter dare da mangiare ai propri figli. Non si può parlare di cassa integrazione e non sostenere gli imprenditori, non si può parlare di credito d’imposta sugli affitti quando gli stessi non possono essere pagati".

Di cosa avete bisogno per mantenere i posti di lavoro che avete creato? Di lavorare. Se perdura la pandemia quale scenario lavorativo futuro prevedete?

"Noi crediamo che solo il lavoro possa salvare un sistema socio-economico già profondamente incrinato e peggiorato da questa situazione. Noi chiediamo chiarezza perché abbiamo bisogno di trasmettere serenità ai nostri figli per provare a costruirgli un futuro. Siamo una generazione disgraziata, figlia della peggior crisi economica. Vogliamo poter socializzare sereni e portare avanti i nostri sogni per i quali abbiamo dedicato la nostra vita. Vogliamo essere Liberi di decidere il nostro futuro".

Nella consapevolezza dello stato di emergenza cosa chiedete?

"Chiediamo di poter continuare a lavorare nel rispetto delle regole che la politica ha adottato per fronteggiare la pandemia. Non si può essere spettatori di quanto sta accadendo, qui si parla del nostro presente senza andare troppo oltre e pensare al futuro".

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