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Carcere di Poggioreale, i detenuti denunciano condizioni disumane

"In 9 in una cella di 16 metri quadri, in bagno con l'ombrello, blatte e formiche, pochi accessi a visite mediche, ore di attesa per i colloqui". Sabato ennesima tragedia con la morte di un detenuto 26enne

Ancora un suicidio in carcere: a togliersi la vita, si legge in una nota Ansa, è stato un detenuto di soli 26 anni (arrestato per reati connessi alla tossicodipendenza), nella sua cella del padiglione Avellino del sovraffollato carcere di Napoli Poggioreale.

Una nuova tragedia che riaccende i riflettori sulle condizioni delle carceri nel nostro Paese che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha definito: "una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana - fino all'impulso a togliersi la vita - di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo".  Come riferisce ancora l'agenzia Ansa, a ricordare le parole del Presidente è stata, all'indomani dell'ennesima tragedia,  Rita Bernardini, deputata radicale e membro della Commissione Giustizia. "Sono passati 451 giorni - ha poi sottolineato Bernardini - da quando il presidente Napolitano pronunciò queste parole alle quali, lo dico con rammarico, non è seguito nemmeno quel messaggio alle Camere, previsto dall'art. 87 della Costituzione e richiesto con un manifesto-appello da oltre 130 costituzionalisti, guidati dal Prof. Puggiotto. 451 giorni fa il presidente Napolitano non escludeva 'pregiudizialmente nessuna ipotesi che possa rendersi necessaria', amnistia e indulto compresi".

Tragedie che sembrerebbero quasi annunciate, viste le condizioni estreme e spesso al limite del disumano in cui sono costretti a vivere i detenuti di molte delle carceri italiane.
A raccontare come si vive "in cella", nel Padiglione Milano del carcere di Poggioreale (al quale sono affidati in totale 2500 carcerati ), sono gli stessi detenuti con una lettera indirizzata all’associazione degli ex Detenuti organizzati napoletani. Come si legge sul quotidiano le Cronache di Napoli, che in un articolo pubblicato alcuni giorni fa, riportava per intero la missiva, i detenuti hanno denunciato condizioni di vita insostenibili ed emergenze igienico-saitarie: “Nella stanza - scrivono -, in sedici metri quadrati, siamo nove persone come dice la Severino. Ma i bagni sono fatiscenti e bisogna aprire l’ombrello, perchè cadono intonaco e acqua. Sono quattro mesi che deve venire l’idraulico, perchè il water è rotto e le fontane, quando sono chiuse, perdono acqua. Il pavimento è sempre allagato. Basta immaginare che siamo costretti a cucinare dove sono i letti. Nelle celle ci sono le formiche e le blatte. Poi quando è venuto il ministro della Giustizia, Paola Severino, hanno riverniciato solo il piano terra e le scale e le hanno fatto vedere solo il passeggio". Nella lettera si denuncia anche il difficoltoso accesso alla visita medica, la possibilità di fare la doccia solo due volte alla settimana "se funziona", pochi educatori e ore di attesa prima dei colloqui con i familiari. “Sia chiaro - si legge ancora nella lettera dei detenuti -, noi vogliamo pagare il nostro debito con la giusitizia, ma vogliamo farlo umanamente, con dignità. In passato abbiamo sbagliato, ma siamo esseri umani come tutti gli altri”.

Per discutere di come migliorare le condizioni di vita e permanenza in carcere, i detenuti del Padiglione Milano hanno quindi chiesto un incontro con il direttore del penitenziario partenopeo, Teresa Abate.

Anche dal Sappe (riferisce ancora l'Ansa), Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, è arrivata immediata una dichiarazione all'indomani dell'ennesima tragedia consumata dietro le sbarre. "Il Sappe - ha dichiara Donato Capace, segretario generale del sindacato - è fermamente impegnato per incrementare l'utilizzo del ricorso alle misure alternative al carcere delle persone tossicodipendenti recluse". Il Sappe sottolinea come "nelle carceri italiane più del 25% circa dei detenuti è tossicodipendente ed anche il 20% degli stranieri ha problemi di droga. Altro che vigilanza dinamica, come vorrebbe il Capo del Dap Tamburino: come si può
ipotizzare una fantasia del carcere in un carcere con quasi 3mila detenuti? Nonostante l'Italia sia un Paese il cui ordinamento è caratterizzato da una legislazione all'avanguardia per quanto riguarda la possibilità che i tossicodipendenti possano scontare la pena all'esterno, i drogati detenuti in carcere sono tantissimi. La legge prevede che i condannati a pene fino a sei anni di reclusione, quattro anni per coloro che si sono resi responsabili di reati particolarmente gravi, possano essere ammessi a scontare la pena all'esterno, presso strutture pubbliche o private, dopo aver superato positivamente o intrapreso un programma di recupero sociale. Nonostante ciò queste persone continuano a rimanere in carcere". "Noi riteniamo sia invece preferibile che i detenuti tossicodipendenti, spesso condannati per spaccio di lieve entità, scontino la pena fuori dal carcere, nelle Comunità di recupero, per porre in essere ogni sforzo concreto necessario ad aiutarli ad uscire definitivamente dal tragico tunnel della droga e, quindi, a non tornare a delinquere. I detenuti tossicodipendenti sono persone che commetto reati in relazione allo stato di malattia e quindi hanno bisogno di cure piuttosto che di reclusione", conclude Capece.

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