Bianchi su Maradona, l'intervista: "Gli dissi che a forza di eccessi sarebbe finito male"

"Mi rispose che voleva vivere a duecento all’ora. Capii che avevo le mani legate. Mi resta il rammarico di non essere riuscito a fargli invertire la rotta". L'intervista di NapoliToday a Ottavio Bianchi dopo il decesso del 'Diez'

Le carriere di Ottavio Bianchi e Diego Armando Maradona sono indissolubilmente legate. Oltre ai successi indimenticabili (uno Scudetto, una Coppa Uefa e una Coppa Italia) sono state tante le incomprensioni tra due personalità agli antipodi dal punto di vista caratteriale, anche se non è mai mancata la stima reciproca. Il tecnico degli anni d'oro del Napoli, autore negli scorsi mesi del libro di "Sopra il vulcano. Il campo, lo scudetto, la vita", scritto con la figlia Camilla, ha appreso la notizia della morte del pibe de oro da amici argentini, rimanendo sconcertato e sorpreso dalla terribile notizia. 

- Bianchi, quale è stata la sua prima reazione quando ha appreso della scomparsa di Diego? 
"Ho avuto la notizia da amici argentini. Sono rimasto sconcertato, senza parole. Sapevo che non stava bene, ma non immaginavo che la situazione potesse precipitare. Solo il giorno dopo la sua morte ho trovato la forza di parlare con i giornalisti". 

- Cosa pensa della decisione di intitolare il San Paolo a Maradona e del grande affetto che tutto il mondo gli sta tributando?
"Intitolargli lo stadio di Napoli mi sembra una decisione giusta. L’affetto che tutto il mondo gli sta manifestando non mi stupisce affatto. Diego era molto amato". 

- Cosa ha rappresentato Maradona nella sua carriera da allenatore e nella sua vita?  
"Diego è stato un fuoriclasse assoluto. Ho avuto il privilegio di vederlo in campo nei suoi anni migliori. A Napoli abbiamo vinto tanto, grazie a lui e ai suoi compagni. Non posso che esserne orgoglioso". 

- Il vostro rapporto è stato non sempre facile, ma con lei Maradona ha vissuto le annate calcisticamente più felici. Cosa si provava ad allenarlo e dal punto di vista umano che persona era?
"Cosa si prova ad allenare uno dei più grandi calciatori al mondo? La risposta è scontata. Vederlo in campo, le sue prodezze e la gioia che provava con la palla tra i piedi è stato molto bello. Di lui mi piace ricordare la generosità e la disponibilità con i compagni, in particolare con i più giovani.  Fuori dal campo era un’altra persona, ma io che ho avuto la fortuna di vederlo felice e al massimo della forma voglio ricordarlo così".

- In che modo avreste potuto aiutarlo maggiormente. Quali erano i no formativi di cui avrebbe avuto bisogno all'apice della sua carriera? 
"Non posso dimenticare che un giorno gli dissi che a forza di eccessi sarebbe finito male . Mi rispose che voleva vivere a duecento all’ora. Capii che avevo le mani legate. Mi resta il rammarico di non essere riuscito a fargli invertire la rotta". 

-Secondo lei è stato il miglior calciatore di tutti i tempi? E cosa resterà di lui in futuro?
"Quando si raggiungono livelli così elevati fare classifiche è impossibile. È chiaro che per me è stato il migliore in assoluto, ma io sono di parte. È un’icona e rimarrà tale". 

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