La confessione dell'ex calciatore napoletano: "Volevo rapire Zola nel '94"

Fabrizio Maiello ha raccontato la sua singolare vicenda di vita a GianlucaDiMarzio.com

Zola

Quella di Fabrizio Maiello è una storia davvero particolare. L'ex calciatore, nato in provincia di Milano ma di origini napoletane, promessa delle giovanili del Monza, ha imboccato una bruttissima strada dopo un grave infortunio che ne ha compromesso la carriera.

Maiello ha raccontato la sua particolare vicenda personale nel corso di una lunga intervista rilasciata a GianlucaDiMarzio.com.

La prima volta che lo hanno arrestato aveva 18 anni e si era da poco rotto i legamenti del ginocchio: “Avevo sparato alla vetrina del bar dove ci riunivamo dopo le rapine, ho chiesto un passaggio ad un ragazzo che conoscevo, uno a posto, fuori dai nostri giri. Da lì a poco ci avrebbero fermato ad un posto di blocco, per questo ho tirato fuori la mano dal finestrino sparando in aria, mi presero comunque. Fu così che scoprii la galera”. 

“Il pallone era l’unica cosa che mi interessava. Non sono nato delinquente, lo sono diventato. Ero un bravo ragazzo: non bevevo, non fumavo e il sabato sera nemmeno uscivo perché la domenica mattina avevo la partita”. Fino al giorno del suo infortunio: “Giocavo nella Primavera del Monza, a 17 anni mi sono rotto il ginocchio, da lì è cambiato tutto”. La corsa in ospedale e le parole del medico gli hanno stravolto la vita: “’Non potrai più giocare a calcio’, mi hanno detto. Il mondo si è fatto tutto nero. Avevo bisogno di trovare qualcosa che sostituisse l’adrenalina che provavo in campo, per questo ho iniziato con la cocaina e le rapine fino a farmi rincorrere dai carabinieri rischiando la vita”.

Più di cinquanta colpi prima del primo arresto che gli ha spalancato le porte del carcere. Il talento e le origini napoletane avevano già deciso il suo soprannome dietro le sbarre: “In carcere mi chiamavano Maradona. Sono rimasto lì un anno, poi uscito ho iniziato a fare ancora peggio di prima. Avevo 21 anni quando ho preso una coltellata alla schiena da un ragazzo che fino a pochi mesi prima stava dalla mia parte. È successo mentre guidavo, colpa di alcune dinamiche tra bande. Mi avevano lasciato a morire lì, poi qualcuno deve aver chiamato l’ambulanza e mi sono svegliato in ospedale circondato da medici e forze dell’ordine. Nel 1991, poi, sono finito in un ospedale psichiatrico giudiziario per aver rotto una sedia in testa ad un giudice perché non volevo collaborare”.

Un permesso premio nel ‘94 gli dà l’opportunità di rivedere la luce, ma una pazza idea lo mette sulle tracce di Gianfranco Zola, all’epoca stella del Parma: “In quel periodo ero latitante – ricorda Fabrizio - ero con altre persone, tutte appassionate di calcio. Giravamo tutta l’Italia e siamo andati a vedere qualche allenamento del Parma. Zola in quel periodo era il giocatore più rappresentativo della società. Ci era venuta questa idea: un rapimento lampo di 24/48 ore per richiedere il riscatto a Tanzi. Ci sembrava una bella opportunità”.   

Il piano era pronto: “Lo avremmo seguito con due macchine per speronarlo in strada e farlo salire sull’altra vettura. Lo stavamo seguendo quando si è fermato ad un distributore di benzina. Siamo scesi anche noi, volevamo aspettarlo. Gianfranco però ci è venuto incontro, sorrideva e ci ha chiesto se volessimo un autografo. È in quel momento che ho pensato ‘ma cosa sto facendo? Ma lasciamo stare’. Abbiamo scambiato due parole, gli ho detto che ero un tifoso del Napoli e gli ho chiesto un autografo”.  

In quel momento qualcosa è cambiato: “Gli ho dato la mia carta d’identità, me l’ha firmata, ma il suo sguardo è cambiato: si è irrigidito”. Colpa dei tatuaggi: “Ha buttato un'occhiata alla mia mano, lì sopra ho inciso sulla pelle i cinque punti della malavita, non un tatuaggio come un altro. Quello identifica un criminale, si fa solo in carcere”. Zola affretta il passo e monta in macchina, Fabrizio e la sua banda lo seguono ma la decisione era stata già presa: “I miei compagni mi dicevano di speronarlo, io non volevo. L’ho seguito per un paio di chilometri, poi ho suonato il clacson, l’ho salutato e l’ho lasciato andare”.  

Ritornato in carcere, Fabrizio comincia a macinare record dietro le sbarre: "Nel ‘98 ho fatto un chilometro palleggiando in avanti. L’anno dopo, nel ‘99, ho fatto la stessa cosa palleggiando un chilometro ma a marcia indietro. Nel 2000 ho fatto un chilometro a marcia indietro di testa. Nel 2001 faccio 5 chilometri, ossia 5 giri del carcere, con la palla in equilibrio sulla testa tipo foca. Nel 2002 sono uscito per la prima volta dall’OPG per una partita contro il razzismo e nello stesso anno ho percorso 3 chilometri e mezzo in città palleggiando durante l’iniziativa Vivicittà”. 

Poi arriva la svolta: “Dentro ho conosciuto Giovanni, un uomo con seri problemi mentali, un trovatello che prima di finire all’OPG ha sempre frequentato i manicomi civili. Era solo e malato, gli altri lo insultavano, qualcuno gli tirava le cose addosso. Lui non mangiava più e si stava lasciando morire. Sono andato dal dottore e gli ho chiesto di metterlo in cella con me. La coscienza mi ha imposto di farlo. Lì ho ritrovato me stesso. Non i 20 anni di reclusione, non le punizioni, Giovanni e il calcio mi hanno aiutato".

Adesso Fabrizio fa il giardiniere a Reggio Emila, a pochi passi da dove ha visto la vita attraverso le sbarre per anni. 

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