Web novel, Jesus: Capitolo 7

"Jesus" è una "Web Novel" che prende spunto dalle pubblicazioni editoriali del secolo scorso, quando gli scrittori pubblicavano i loro racconti sui quotidiani dell'epoca. "Jesus" è una finestra su di una realtà dimenticata da tutti, quella del rione Traiano

Gli spari furono svelti. Abbondanti. Sovrabbondanti. Un susseguirsi di raffiche improvvise come fulmini in una giornata che non preannunciava pioggia. La mira, però, era piuttosto alta. I sicari su moto dovevano, chiaramente, dare un segnale; nulla più. I colpi raggiunsero la parte alta dell’ingresso, dove compariva la scritta con il nome della scuola: “Augusto Della Fortuna”. Le vetrate andarono in mille pezzi. I bambini – così come le loro madri – al momento degli spari si accasciarono istintivamente al suolo. Chi piangeva, chi gridava invocando il soccorso materno. Tutti uniti nel terrore di quei pochissimi istanti tramutatisi in infinite ere.

Poi il silenzio. La moto si era allontanata e, adesso, dinanzi alla scuola, si udivano solamente i pianti terrificati dei bambini, come una nenia disperata fatta da un coro di voci bianche. Lungo la strada il fumo degli spari non si dissipava. Ai pianti dei pargoli si aggiunsero immediatamente le urla delle madri, che chiamavano i loro figli con tutta la voce che avevano in gola. Una Babilonia di nomi che, uniti insieme, sembravano quasi formarne uno solo: il nome del figlio della violenza.

Lo scenario, poi, cambia ancora una volta, cambia per la terza volta. Le urla diventano quelle partorite da una sola bocca. Quelle di una madre. Una madre che ha finalmente trovato il proprio figlio ma che mai avrebbe potuto sopportare la scena palesata davanti agli occhi: era la madre del piccolo Luigi – uno dei compagni di marachelle del figlio di Dio – riverso al suolo, pancia all’aria e con lo sguardo perso nel vuoto. Uno grosso pezzo di vetro, acuminato e pesante, era caduto dall’alto e gli aveva trafitto il piccolo e fragile cranio.

Con la forma triangolare, simile a un orrendo corno, quel proiettile di vetro spuntava dalla testa fracassata del bambino, che giaceva in terra privo di vita.

Quell’immagine tragica immediatamente corse verso gli occhi di tutti i presenti, pargoli e genitrici, che vedevano in quel corpo minimo ciò che poteva essere per loro stesse o per il proprio figlio e, allora, all’urlo della madre si unirono quelli di tutte le altre, in un forte e acuto ululato di terrore e dolore. Anche a Tina non fu risparmiata una grassa, amara e soddisfacente razione di orrore. La donna stringeva il piccolo Salvatore Falco, che dava le spalle alla madre adottiva, e rivolgeva tutte le proprie attenzioni visive all’amichetto esanime. E Salvatore non distoglieva lo sguardo. Continuava ad ammirare Luigi, sdraiato in terra e con un corno di vetro che faceva capolino dalla testa. E poi il sangue. Una grossa macchia di sangue che partiva dal cranio della piccola vittima e che si allargava di secondo in secondo. Si allargava sempre di più, fino a quando non ha raggiunto le Superga chiare indossate dal figlio di Dio. Il sangue le aveva raggiunte e solo quando quel succo di vita sporcò le scarpe di Salvatore, solo allora, quest’ultimo, chinò il capo. Vide le proprie calzature raggiunte dal sangue del suo amichetto (lontano non più di un metro) e in quel momento realizzò - realizzò cosa era accaduto: il suo battesimo. Una cerimonia di violenza che per il piccolo Salvatore Falco diveniva sia madre che padre. Non i suoi genitori biologici, rispettivamente detenuti in carcere e passati a miglior vita. E né tantomeno quelli adottivi, usurpatori di un diritto di crescita che non aveva mai chiesto il suo parere e che era stato partorito soltanto da una spietata volontà di rivalsa criminale.

E pianse il piccolo Salvatore. Pianse come non mai. Pianse come mai aveva fatto nella sua breve vita. Pianse perché ebbe paura. Quella stessa paura che da sempre gli avevano inculcato di non avere. Perché avere paura significa mostrare debolezza. E al rione Traiano questo non puoi permettertelo. Mostrare debolezza al rione Traiano significa perdere tutto ciò che hai. In un istante, senza possibilità di appello e nel modo più doloroso possibile.

Tina, cui tremavano le mani e l’adrenalina scorreva come un fiume in piena nelle vene, prese in braccio il bambino e lo portò via da quel teatro degli orrori. Raggiunse la macchina – parcheggiata proprio davanti alla scuola – con una falcata degna di un centometrista, aprì lo sportello della macchina e mise a sedere Salvatore sul sedile del passeggero. Richiuse lo sportello e, con crescente affanno, entrò dal lato del guidatore.

“Salvatore non piangere!! Ora andiamo a casa, non piangere!!” Continuava a ripetergli. Ma il bambino era completamente sordo alle richieste della donna e le sue lacrime, a cascata, gli rigavano il viso. Lacrime alte come onde mosse da quel frignare disperato che era divenuto il leitmotiv inestinguibile del figlio di Dio. Un singhiozzo addolorato che neanche il rombo dell’accensione del motore della costosa BMW di Tina era riuscito a coprire. La macchina, però, era partita e l’unico pensiero di Tina, in quel momento, era raggiungere il più presto possibile la propria casa per chiudersi in mezzo a quattro pareti. Nella sicurezza che solo la propria abitazione può dare. Con il bisogno crescente di dare una risposta alle mille e più domande che gonfiavano la sua testa. E che, involontariamente, davano alle sue mani una forza sconosciuta. Le mani che ora stringevano il volante dell’auto come due grosse tenaglie.

Una volta giunti a casa, ad attenderli c’era Giuseppe; che ben aveva saputo cosa era accaduto alla scuola elementare. Anche per il fratello di Dio, la paura era tanta, ma non per quanto era accaduto (o che poteva accadere) al piccolo, bensì per il fondato timore che quell’agguato fosse un segnale preciso e lampante che stava per iniziare una guerra. Una guerra cui, senza ombra di dubbio, non vedeva il pavido Giuseppe Falco appropriato al ruolo di generale d’armata pronto a ergersi a difesa di un impero.

“Giuseppe! Giuseppe!” - esordì appena oltre l’uscio della porta d’ingresso l’ansante Tina.

“Si… lo so! Me l’hanno già detto! Ti giuro che trovo quelli che c’hanno fatto questo e li ammazzo a uno a uno!” – esclamò Giuseppe, senza dare neanche il tempo a Tina di riferire quanto era accaduto in quella mattinata dominata dalla morte. 

“Ma non dire fesserie! Cosa vuoi fare tu? Questi fanno sul serio! Hanno ammazzato una creatura e potevano ammazzare me e Salvatore! Cosa vuoi fare tu? Che non sei mai stato capace di fare niente?”.

Le parole di Tina erano chiare, autentiche, affilate come le unghie appariscenti ed eccentriche che la donna ostentava. Erano stati quei colpi di mitra che ancora le provocavano un sibilo alle orecchie a strappare il velo di ipocrisia, di finto cambiamento, che aveva rivestito quegli ultimi anni insieme. Non era cambiata la considerazione che la donna aveva sempre avuto del marito. Era soltanto cambiata la situazione. Una condizione nuova – piovuta dal cielo – che aveva convinto la donna a lasciar credere al consorte che, in realtà, gli attributi ci fossero. Quando, in realtà, il fratello stupido di Dio non era altro che una camicia a pezzi fatta soltanto della stoffa visibile agli occhi.

“Non è vero! – Non è vero! Adesso me la vedo io e ti faccio vedere che metto a posto ogni cosa! Devo fare sputare sangue a quegli infami che c’hanno fatto questo! Giuro che gli faccio sputare sa….!”.

Uno schiaffo! Una manrovescio violento. Tina non gli consentì neanche di completare il suo acceso proclama di vendetta e lo colpì con tutto il disprezzo che aveva.

“La devi finire!! Parli, parli e basta! Che cosa pensavi di fare pagliaccio??”.

Giuseppe si teneva la guancia dolorante con la mano e, come un cane sottomesso al padrone, non aveva in programma la minima reazione a quell’affronto così grave. Anzi, rispose con voce sommessa, quasi sottovoce

“Ho mandato ò Ciuccio e Biancone a capire chi è stato. Mi sono mosso subito. Non ho aspettato neanche un secondo”.

“E adesso dove stanno quei due imbecilli degli amichetti tuoi?? Come mai ancora non c’hanno fatto sapere niente?”, lo incalzò Tina.

“Non lo so…!”, concluse Giuseppe.

“Mi fai schifo!!”, gli urlò in faccia la moglie che, ormai, non aveva più nessuna remora a mostrare tutto il veleno che per anni aveva sapientemente occultato nei vasi sanguigni.

A interrompere l’arringa furente della donna, giungendo in clamoroso soccorso dell’uomo, ci pensò il citofono. Un suono squillante che per un attimo spense tutte le urla accusatorie che erano divenute la colonna sonora di quell’abitazione, facendo rivolgere lo sguardo di tutti i presenti verso la porta d’ingresso, proprio dove trovava sede il dispositivo.

Fu Giuseppe a rispondere. La mano era inferma. Il rivolo di sudore che scendeva dalla fronte era divenuto una pioggia salina che lasciava luccicare l’ampia fronte resa ancora più spaziosa dall’incipiente calvizie.

“Chi è?” – domandò Giuseppe?

“Giuseppe aprite!! Aprite subito!” - Disse la voce dall’altro capo della cornetta, che Giuseppe riconobbe in Franchetiello, il cugino di Biancone, lo scagnozzo di bassissimo rango mandato in avanscoperta per capire cosa stesse accadendo.

Giuseppe si affrettò a scendere le poche scale che, dall’interno della casa, conducevano verso l’uscita. Giunto all’ingresso del portone, che era spalancato, Giuseppe vide una scena che gelò e frenò repentinamente il suo incedere: Franchetiello era in ginocchio, con le mani in testa, rivolgendo le spalle all’ingresso. Giuseppe scrutò appena oltre il giovane, che non nascondeva la propria disperazione.

Sulle inferriate poste sui muri che circondavano il domicilio, come fossero impalate su di una picca, vi erano le teste di ò Ciuccio e di Biancone.

Le teste sembravano dormire su quelle sbarre di ferro, racchiuse da una sfera di sole. Un moscone gli girava attorno, cantandogli una ninna nanna. E loro dormivano… come due stronzi.

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