Web novel, Jesus: Capitolo 5

"Jesus" è una "Web Novel" che prende spunto dalle pubblicazioni editoriali del secolo scorso, quando gli scrittori pubblicavano i loro racconti sui quotidiani dell'epoca. Ogni mese, Napolitoday pubblicherà un nuovo capitolo di questa storia."Jesus" è una finestra su di una realtà dimenticata da tutti, quella del rione Traiano

La porta si aprì lentamente spalancandosi sullo scenario di dolore che vedeva Tina, distesa nel letto, collegata a qualsiasi macchinario fosse presente all'interno di quella costosa clinica. La donna versava in condizioni critiche e, probabilmente, fu proprio questo il primo pensiero che vagabondò nella testa del dottor Cravero: “Che senso ha questa cosa che sto per fare?? Un alito di vento soffiato con maggiore vigore basterebbe per mettere fine alla vita di questa donna. Perché devo essere proprio io a farlo? Perché il destino mi ha messo davanti a questa prova?”.

Questi e altri furono i pensieri del medico mentre si avvicinava al letto con passo lento ma risoluto. Non era più uomo. Era divenuto l’appendice inutile della disposizione che Giuseppe Falco gli aveva impartito. Un burattino di legno fabbricato da viltà e terrore che avevano assunto i contorni di un abile Geppetto.  Pensieri che, comunque, non trattennero il suo incedere. Il medico, con il camice bianco e l’altisonante nome scritto sulla targhetta, giunse a pochi centimetri dal letto (ma non era al suo capezzale… e neanche pronto a scostare i capelli che scendevano impertinenti sugli occhi ineluttabilmente sigillati della donna).

Leonardo Cravero la fissò ancora una volta. La mano era tremolante. Il medico volse lo sguardo su di essa immediatamente dopo aver gettato un’altra occhiata furtiva e gonfia di vergogna verso la sua paziente.

Poi, in un istante, quegli attimi addormentati, quasi congelati nel tempo, furono riafferrati con energia dallo stesso Cravero, che con un cenno lestissimo, repentino, quasi una contrazione, premette il tasto di alimentazione posto sul retro del macchinario che ancora concedeva al cuore di Tina di battere.

L'uomo rimase fermo. Le braccia erano lunghe sui fianchi. Una strana espressione stava materializzandosi sul viso. Una smorfia distorta, simile a un disgusto pronunciato. Le labbra si strinsero in maniera innaturale. Il naso si corrugò. Gli occhi, questa volta, erano aperti e stabilissimi in direzione di Tina - ancora ferma - come se stesse dormendo.

Il medico fece pochi passi laterali per raggiungere una sedia bianca posata accanto alla parete. L’accostò al letto e si sedette con una lunga espressione di tolleranza. Era disagio? Era collera? Era senso d’impotenza? Erano tante cose che lo rendevano pavido e inerme. Seppure in grado di spegnere una vita umana schiacciando un semplice tasto.

Passarono pochi minuti e nulla si muoveva nella stanza. Il tempo sembrava cristallizzato. Poi successe qualcosa: Tina si mosse, sebbene di un centimetro stentato.

L'aria cominciava a dissolversi dai suoi polmoni. La donna schiuse la bocca e il tubo all'interno le scese sul cuscino sul quale poggiava il capo. Emise un rantolo appena sommesso, mentre Cravero la guardava senza muovere un muscolo. A quel punto, la moglie del boss ruotò gli occhi in direzione del dottore producendo, con inumana fatica, un gorgoglio disperato.

L'espressione che già era sul volto del medico si irrobustì ulteriormente e una lacrima cominciò a cadere dai suoi occhi; come se cercasse un modo per gridare che non era colpa sua. Ma in quella stanza si udivano solo rantoli. Ansimi carichi di dolore e nulla più.

La bocca di Tina si aprì ancora. L'aria era terminata, i polmoni serrati. E gli occhi, fino a qualche istante prima rivolti verso il medico in una disperata richiesta di aiuto (mista a inconsapevolezza di ciò che stava accadendo), si rovesciarono all’indietro rivelando unicamente un lungo manto biancastro privo di vita e di spirito.

E gli ultimi pensieri di Tina, prima che il cuore le si arrestasse, furono proprio i medesimi che l’avevano seguita per tutta l'esistenza: inconsapevolezza, paura, una richiesta d'aiuto inespressa e rivolta a chi ha le orecchie sorde al tuo appello. Aveva avuto un figlio che non avrebbe mai visto. Aveva avuto l'opportunità di dire la sua in una famiglia che non l'aveva mai ritenuta donna, ma solo un mezzo per continuare una storia fatta di sopraffazione e disprezzo per la morale umana; ma era sfumata. Un'opportunità durata un lasso di tempo anche inferiore all'ampiezza della vita del figlio che aveva appena partorito. E proprio in quegli ultimi respiri strozzati aveva infine compreso il senso della sua esistenza: nessuno.

Su questa terra la sua presenza non avevo cagionato nessuna variabile. Era un albero crollato in una foresta dove non c'era nessuno in grado di udire il tonfo della caduta. Era un bicchiere d'acqua lasciato sul comodino e divenuto stagnante prima che qualcuno potesse dissetarsi. Era una luce fioca collocata erroneamente in un vicolo cieco in cui nessuno vi si reca per passeggiare. Era una vita inutile che adesso, per buona sorte, aveva scandito il suo ultimo rintocco. Il cuore si era fermato per sempre.

Leonardo Cravero era ancora lì. Appariva spaurito. Fece per controllare il polso di Tina ma si arrestò. Un medico della sua esperienza, infine, non ne aveva neanche bisogno: sapeva benissimo che in quel corpo non c'era più vita. Voleva soltanto illudere sé stesso che non fosse così. Voleva credere ancora per qualche istante che la sua anima fosse integra. Così come non voleva staccarsi dal sogno che del suo corpo, ormai, non fosse rimasto altro che un groviglio di vene e arterie che tenevano unite la materia di cui era fatto.

A riportarlo alla realtà fu soltanto il pensiero che bisognava accertarsi che l’ordine ricevuto fosse stato portato a compimento. E allora Cravero si ravvivò. Sfiorò il polso della donna e appurò che non c'era più battito. Era andato tutto secondo previsione: una cagnolina se ne era andata ma al suo posto era arrivato un nuovo fidato animaletto da compagnia.

Il medico si diresse verso l'uscita della stanza, si aspettava di trovare Giuseppe all'esterno dell’uscio pronto a chiedergli conferme, ma così non era. Non c'era nessuno in quel corridoio. Due anime se ne erano andate nel più completo silenzio e nella più assoluta solitudine: quella di Tina e quella di Leonardo Cravero,

Il medico scese lentamente le scale che conducevano verso il piano inferiore, dove si trovavano i suoi collaboratori. Aprì la porta e quest'ultimi si girarono all'unisono verso il loro mentore.

“Dottore tutto bene? Ha l'aria sconvolta!”, Disse una delle giovani praticanti.

“Non ce l’ha fatta!” – rispose Cravero – “Tina Falco è morta”.   

“Ma come è accaduto? Le condizioni erano stazionarie! Cosa è successo??”.

Cravero non replicò oltre. Si sfilò il camice, lo ripose con cura sull'appendiabiti, voltò le spalle agli altri e si allontanò dalla stanza. Indifferente al richiamo dei giovani e impreparati colleghi, che avevano bisogno di lui per sbrogliare il groviglio di burocrazia che contraddistingueva sempre una morte avvenuta in queste circostanze.

Al povero medico senz’anima, ormai, non interessava più nulla di queste cose. Il passo si era fatto celere, lontano parente di quell’andamento incerto che lo aveva accompagnato fino al letto di Tina.

“Da cosa sto scappando?”, meditò Cravero mentre discendeva velocemente le scale della clinica dirigendosi verso il piccolo parcheggio dove aveva lasciato la sua vettura.

“Non corro nessun rischio. Conosco perfettamente come vanno queste cose. Nessuno potrà mai pensare che sono stato io! Non corro nessun rischio! Non corro nessun rischio!”.

Era uomo di scienza, il dottor Leonardo Cravero. Aveva studiato tutta la vita. Nessuno avrebbe mai potuto risalire al suo ruolo in quella vicenda. Mai gli inquirenti avrebbero potuto dubitare per quella perdita. E il medico continuava a ripeterselo, in maniera tormentosa, come se volesse respingere la paura facendo appello, ancora una volta, alla sua convinzione più grande: la maestria che lo differenziava da tutti gli altri nel suo lavoro.

Peccato che Cravero non stava scappando da una eventuale indagine. Stava scappando da sé stesso. E non vi era posto al mondo in cui avrebbe potuto eclissarsi.

“Adesso torno a casa, mi prendo le vacanze e porto tutti a fare una bella crociera…! Si – si – si!! Una bellissima crociera…! Una crociera è quello che ci vuole!”.

Tartagliava pensieri, il dottore, mentre la mano sudata faceva fatica a inserire la chiave nella serratura della macchina.

Poi, all'improvviso, un rumore sordo. La vista si fece attenuata. I suoni erano lievi. Solo un lungo stridio raggiungeva l’udito di Cravero.

La sua mano, quella che stringeva le chiavi della macchina, era inzaccherata. Imbrattate di sangue. Non il sangue figurato che l’aveva già macchiata pochi minuti prima; era sangue vero, che zampillava fluente da un buco nel costato. Qualcuno gli aveva sparato alle spalle e il proiettile era passato da parte a parte, producendo una grottesca fontanella color cremisi nel petto di Cravero.

Il dottore non ebbe neanche il tempo di ruotare il corpo, le gambe stavano per arrendersi del tutto quando l'esplosione di altri due colpi terminò il lavoro. Cravero, con la costosa camicia celeste divenuta così affine al grembiule di un macellaio, si accasciò, in ginocchio, rivolto verso la propria auto. La morte era arrivata prontamente, senza dargli il tempo di rivivere gli attimi più rilevanti della sua vita; come in un film.

Un solo pensiero aveva trovato lo spiraglio giusto per incunearsi in quei brevi istanti di vita che ancora gli restavano: “Ho ucciso una donna inutilmente. Sono morto inutilmente. Per me non ci sarà né indulgenza né pace”.

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E aveva ragione. Lui, un barone della medicina, aveva risolto l'ultimo attimo della sua esistenza in una maniera non troppo dissomigliante dal finale che il destino aveva riservato a Tina. Marionetta inanimata nelle mani di un altro. Un fazzoletto sporco usato e gettato. I cuori dei due, uniti nella morte, avevano urlato a gran voce una verità incontestabile: quando tutto finisce non esistono ricchi, non esistono poveri, non esistono scienziati e non esistono ignoranti. Quando tutto finisce rimane solo carne in decomposizione e con essa gli strascichi delle decisioni prese in vita. 

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