Eptacaidecafobia: cos'è e quando si prova

Ansia, mancanza d'aria, desiderio di fuga sono i sintomi più tipici di questa fobia, diffusissima a Napoli ma sconosciuta nel resto del mondo

Eptacaidecafobia come la maggior parte dei termini medici deriva dal greco: indica la paura irrazionale scatenata dal numero 17, soprattutto se appare sul calendario in abbinamento con il venerdì, giorno in cui avvenne la morte di Gesù.

L'origine di questa convinzione tanto radicata quanto immotivata non è chiara, per quanto studiosi di ogni campo - matematici, antropologi, medici, astronomi e chi più ne ha più ne metta - si siano sforzati in indagini e ricerche.

Di sicuro si tratta di una fobia diffusa soprattutto Napoli poi dilagata nel resto d'Italia. Tra le ipotesi più convincenti è che la fobia derivi da antiche credenze di origine greca e/o latine.

Nella Grecia antica, infatti, il numero 17 sicuramente non piaceva a Pitagora e ai suoi seguaci: per il teorico della perfezione matematica, infatti, se 16 e 18 rappresentano quadrilateri perfetti - 4×4 e 3×6 - il 17 era una sorta di sgorbio asimmetrico e inespressivo.

L'Antico Testamento riporta poi che il diluvio universale cominciò proprio un 17.

Le cronache romane, quindi, raccontano  che le legioni 17, 18 e 19 subirono una sonora sconfitta ad opera dei germani di Arminio e da allora quei numeri, ritenuti infausti, non vennero più attribuiti ai reparti militari.

Sulle tombe dei defunti, un tempo, era comune la scritta latina "VIXI", che tradotta significa "vissi prima, ora non più":  anagrammando le lettere si ottiene XVII.

Nella smorfia napoletana, infine, il 17 è indiscusso sinonimo di disgrazia.

Basta uscire dai confini della nostra città, però, per trovare credenze legate ai numeri completamente diverse: nei paesi anglosassoni è il venerdì 13 a generare fobia e innescare gli scongiuri mentre in Spagna Grecia e Sudamerica è martedì 13 a non piacere.

Attenzione: secondo la Cabbala il 17 è tra i numeri più propizi: è infatti il risultato della somma del valore numerico delle lettere ebraiche têt (9) + waw (6) + bêth (2), che lette nell'ordine danno la parola tôv "buono, bene".

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