Giovedì, 21 Ottobre 2021
Salute

Varianti Covid, il dott. Budillon: "Il vaccino unica arma contro le mutazioni"

"Il virus per sopravvivere ha bisogno di organismi ospiti in cui replicarsi. Solo riducendo le possibilità di trasmissione, attraverso la vaccinazione di massa, riusciremo a debellarlo". L’intervista al Direttore del CROM di Mercogliano

I virus, in particolare quelli a Rna, come i coronavirus, evolvono costantemente attraverso mutazioni del loro genoma. Questi piccoli cambiamenti genetici avvengono quando il virus crea nuove copie di se stesso per replicarsi. Da inizio pandemia sono state osservate migliaia di varianti del Sars-CoV-2. Ma mentre nella gran parte dei casi le mutazioni non hanno avuto un impatto significativo sul virus, “qualcuna - spiega l’ISS - gli ha conferito un vantaggio selettivo attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia, o la possibilità di aggirare l'immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione”. A preoccupare gli esperti nelle utlime settimane sono le varianti inglese, sudafricana e brasiliana, che prendono il nome dal luogo in cui sono state individuate la prima volta. In tutti e tre i casi il virus presenta delle mutazioni sulla 'spike', la proteina utilizzata dal virus come chiave falsa per forzare i recettori Ace2 ed entrare nelle cellule umane. Non sempre però le variazioni coinvolgono questa proteina. Qualche giorno fa i ricercatori dell’Università Statale di Milano hanno individuato una nuova variante (la milanese): la mutazione, in questo caso, ha coinvolto la proteina accessoria Orf6 che può essere capace di alterare i meccanismi patogenici del Covid-19. “La mutazione - spiegano i ricercatori - potrebbe avere conseguenze sulla diffusione del virus nell’organismo umano infettato e sull’evoluzione clinica della malattia”. Le varianti stanno suscitano grande preoccupazione nella Comunità Scientifica anche in ottica vaccinazioni. Secondo quanto sostenuto dall'Istituto Superiore di Sanità, "al momento i vaccini sembrano essere pienamente efficaci sulla variante inglese, mentre per quella sudafricana e quella brasiliana potrebbe esserci una diminuzione nell'efficacia". Nel contempo sindaci e governatori, per cercare di arginare la diffusione del contagio, hanno adottato misure "straordinarie" in quelle zone d'Italia dove sono stati registrati casi derivanti dalle nuove varianti. Ma quanto sono realmente pericolose queste mutazioni? I vaccini attualmente in uso sono efficaci contro di loro o dovranno essere riformulati? Ne abbiamo parlato con il dott. Alfredo Budillon, Direttore della struttura complessa di Farmacologia del Pascale e del Centro di Ricerche Oncologiche di Mercogliano che sta studiando il genoma del Covid-19.

- Dott. Budillon, cosa state studiando al Crom di Mercogliano?

“Da anni, presso i laboratori del Centro di Ricerche dell’Istituto Tumori Pascale di Marcogliano, si studiano i tumori con numerose tecnologie d’avanguardia. Oggi queste tecnologie sono state utilizzate dai ricercatori del centro anche per fronteggiare le sfide lanciate dalla pandemia. La piattaforma di Genomica, diretta dal collega Nicola Normanno, sta studiando le alterazioni genetiche dei tumori e sequenziando il genoma del SARS-CoV-2 al fine di osservare il percorso evolutivo del patogeno e le sue mutazioni, attuali e potenziali. Il mio gruppo di ricerca sta studiando, invece, le alterazioni metaboliche e delle citochine (le proteine che regolano l’infiammazione e la risposta immunologica nei pazienti oncologici). L’obiettivo dei nostri studi è individuare eventuali alterazioni specifiche nei malati Covid per prevedere l’evoluzione della malattia e la sensibilità a determinati trattamenti farmacologici”.

- Perché il virus muta e in che modo lo fa?

“Il virus muta, si replica infinite volte, per sopravvivere. E’ una cosa che accade normalmente in natura. In questo processo di replicazione del materiale genetico del virus, si accumulano degli errori, che, se non corretti, e, soprattutto, se migliorativi dell’efficienza con cui il virus si replica o infetta, si stabilizzano”.

- Da inizio pandemia quante variazioni del SARS-CoV-2 sono state scoperte? E quanto il virus può mutare ancora?

“Da inizio pandemia sono state selezionate migliaia di varianti del virus, molte delle quali ininfluenti e minimali, perchè non ne modificano la capacità di replicazione e diffusione. Quanto più si diffonde e dura l’infezione tanto più il virus può variare”.

- E’ vero che le nuove varianti (inglese, sudafricana e brasiliana) sono più infettive e pericolose di quella originale che ha dato il via alla pandemia?

“Alcune delle varianti del virus - come ho detto prima ne sono state individuate migliaia - si sono dimostrate diverse dal virus che ha dato il via alla pandemia, non solo nella sequenza genica ma anche nei comportamenti che sembrano avere. La variante inglese, ad esempio, ha una maggiore capacità di trasmissione: alcuni dati suggerirebbero anche una sua maggiore letalità, ma si tratta di dati non ancora confermati. Sono in corso studi approfonditi per capire il reale impatto di queste varianti. Al momento l’unica arma che abbiamo per combatterle è la prudenza: continuare, quindi, ad indossare la mascherina e a praticare il distanziamento sociale, mentre prosegue la vaccinazione di massa. Se limitiamo la circolazione del virus, e quindi le possibilità di incontrare soggetti in cui moltiplicarsi, riduciamo le occasioni di selezione e consolidamento di varianti potenzialmente pericolose”.

- Cosa hanno in comune e in cosa differiscono queste tre varianti?

“L’inglese e la sudafricana hanno un’alterazione in comune e un comportamento simile. Mi spiego meglio: una delle mutazioni riscontrata nella variante inglese è anche presente in quella sudafricana, che, però, ha anche altre mutazioni rispetto al ceppo primario. Il comportamento della due è, inoltre, abbastanza simile: queste mutazioni probabilmente ne determinano la maggiore trasmissibilità e patogenicità. Il fatto che le due varianti siano simili è dimostrato anche dal fatto che il vaccino Pfizer funziona abbastanza bene contro l’inglese e anche contro la sudafricana, ma in maniera ridotta. La brasiliana, invece, ha varie alterazioni molecolari diverse dal ceppo principale ed è completamente diversa dalle due sopracitate”.

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