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Salute

Vaccini: le differenze di genere influenzano la risposta immunitaria

I motivi

E’ sempre stato determinante lo studio del sistema immunitario, l'unico che ci permette di valutare l'effettiva protezione del nostro organismo, concetto messo da noi più volte in evidenza fin dall’inizio della pandemia anche attraverso la Fondazione Mediterraneo. Nell'ultimo anno abbiamo imparato che le differenze di genere possono influire sulla risposta immunitaria. Vale anche per i vaccini: le donne sembrano reagire in modo più marcato all'immunizzazione ma riportano più spesso effetti collaterali, un 25% presenta problemi mestruali, per metà destinati a scomparire mentre l’altra metà si cronicizza. Ciò potrebbe dipendere da ragioni ormonali, gli ormoni sessuali, estrogeni, progesterone, testosterone, possono legarsi alla superficie delle cellule immunitarie ed influenzarne il comportamento. Gli estrogeni stimolano le cellule immunitarie a produrre più anticorpi in risposta ai vaccini mentre il testosterone ha un’azione immunosoppressiva. Negli uomini i fattori ormonali potrebbero essere coinvolti nell’aumento della letalità da Covid 19. La tipizzazione linfocitaria consente di individuare i soggetti a rischio in quanto rileva lo stato di funzionalità del sistema immunitario. L'immunità è correlata totalmente all'attività immunitaria, oltre alla difesa immunitaria legata alla produzione di anticorpi (immunoglobuline) di pertinenza sierologica, esiste però anche una seconda difesa immunitaria legata invece alla presenza dei linfociti T, dette anche cellule T. In Italia si valutano solo gli anticorpi tramite i test sierologici delle immunoglobuline (IgG ed IgM). Per quanto riguarda l'azione dei linfociti, di particolare importanza è un esame identificato anche come "studio delle popolazioni linfocitarie", la tipizzazione linfocitaria, che tramite studio di determinati elementi e valutandone i parametri, riesce ad individuare e quantificare lo stato di funzionalità del sistema immunitario partendo da un prelievo di sangue venoso. L’indagine si svolge con la citofluorimetria, individuando determinati parametri dei linfociti che svolgono un importante ruolo nell'omeostasi immunitaria. E ‘essenziale ad esempio l’azione svolta dalle cellule T attivate (CD8 attivate) perché verosimilmente l'eliminazione del virus in primo contatto viene fatta non dagli anticorpi ma da queste cellule. Le cellule T inoltre riconoscono pezzi diversi del virus rispetto agli anticorpi e sono fondamentali per la memoria dell'infezione.  La valutazione della quota attivata dei linfociti T ci permette concretamente di verificare l’avvenuta reazione immunitaria protettiva. E’, quindi, di fondamentale importanza che la necessità della tipizzazione linfocitaria sia di dominio pubblico, in questo modo può diventare parte essenziale della prevenzione. Resta prioritaria la necessità di ottenere un vaccino ideale con la collaborazione di tutti i Paesi.

A cura di:

Fabio Perricone – Ginecologo, esperto di Medicina della Riproduzione ed Endocrinologia Andrologica - Medicina Clinica e Sperimentale. Membro del comitato scientifico della Fondazione Mediterraneo.

Prof. Corrado Perricone – Ematologo e già responsabile del Centro di Immunoematologia dell’AORN Santobono Pausilipon, già componente del Consiglio Superiore della Sanità. Responsabile del comitato scientifico della fondazione Mediterraneo

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