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Prof. Francesco D'Andrea

Prof. Francesco D'Andrea

Covid-19, il racconto del Prof. D’Andrea: “La mia battaglia contro il virus tra le falle del sistema sanitario campano”

“Dai ritardi nell’esecuzione dei tamponi alla confusione riguardo la terapia, dal mancato tracciamento dei contatti al ridimensionamento dei reparti non Covid. A nulla è servita l’esperienza della prima ondata”. L’intervista al Presidente Sicpre e Direttore del reparto di Chirurgia plastica e ricostruttiva del Policlinico Federico II

- Al momento qual è la situazione al Policlinico?

“La situazione in Campania sta di nuovo peggiorando. Non eravamo pronti allora, non lo siamo neanche ora, con questa seconda ondata. Se continuano con questo trend esponenziale, arriveremo al collasso del sistema sanitario pubblico. Al Policlinico le terapie intensiva e sub-intensiva sono piene di malati Covid. Sono malati meno gravi rispetto alla prima ondata, ma sono comunque pazienti che necessitano di cure ospedaliere. Se i posti finiscono, come faranno quelli che arriveranno dopo e avranno altrettanto bisogno di cure!? Anche se i malati sono meno gravi che a marzo, la polmonite interstiziale a casa non può essere curata. In questi 7 mesi hanno fatto solo chiacchiere e nessun fatto, non hanno aumentato il numero dei posti letto nella intensiva e sub intensiva, né tantomeno il personale sanitario. L’unica cosa che stanno facendo, come hanno fatto anche all’epoca, è ridimensionare i reparti, riducendo le prestazioni, per dare spazio ai malati Covid”.

- Il suo reparto ha subito ridimensionamenti?

“Sì. Per aumentare il numero dei posti letto Covid, hanno bisogno di personale che non c’è, perchè non lo hanno assunto. Così stanno trasferendo infermieri e operatori sanitari da diversi reparti nei reparti Covid. La conseguenza è una riduzione generale dei posti letto disponibili, per riduzione del personale dedicato. Per far fronte a questo ridimensionamento la Regione ha bloccato tutte le attività elettive consentendo esclusivamente le urgenze e i casi indifferibili. Un rimedio che penalizza la tutela della salute che riguarda i pazienti affetti da altre patologie non Covid. In aggiunta, per le branche chirurgiche un altro grosso problema è la carenza di anestesisti: sono pochi. La conseguenza è che vengono sottratti alla attività delle sale operatorie e spostati nella intensiva e sub-intensiva. Questo comporta una riduzione notevole dell’attività operatoria generale. Tutto, oltre il sistema Covid - gestito malissimo, a mio parere - sta subendo importanti ridimensionamenti”.

- In quali condizioni state lavorando voi medici? Avete a disposizione i DDPI necessari?

“Questa è l’unica cosa che è cambiata rispetto alla prima ondata. Le mascherine e tutti i dispositivi di protezione individuale ci sono, non scarseggiano. Ma ciò non toglie che il medico lavora in prima linea, sta a contatto con tanta gente, e quindi il rischio di essere contagiato è elevato”.

Qual è il protocollo che viene seguito quando arriva un paziente in ospedale?

“Tutti gli ospedali hanno adottato dei protocolli regionali per il contenimento della diffusione del contagio. Ma per mettere in piede quello che ci dicono le linee guida, dovremmo avere un sistema che funzioni. Nel nostro padiglione facciamo un triage telefonico, superato questo, il paziente può recarsi in ospedale e attendere fuori, in strada, fino a quando non viene chiamato per la misurazione della temperatura: se questa non supera i 37,5, può entrare. Il protocollo prevede che i pazienti entrino uno alla volta, , sia in ambulatorio che per il ricovero, su appuntamento, ma questo non evita enormi assembramenti all’esterno delle strutture. La gestione è complicatissima. Noi tutti cerchiamo di gestirla nel miglior modo possibile, ma non è facile”.

- I medici e gli operatori sanitari vengono sottoposti al tampone di sorveglianza?

“Non viene effettuato il tampone di sorveglianza, ma il test sierologico secondo un calendario prestabilito (se si risulta positivo al sierologico si deve fare il tampone). Soltanto in caso di contatto con persone positive si fa direttamente il tampone”.

- Come, secondo lei, si potrebbe frenare l’impennata dei casi che si sta verificando negli ultimi giorni in Campania?

“Oltre al rispetto delle misure ormai a tutti note (mascherine, distanziamento, igiene delle mani) ci vuole, innanzitutto, una responsabilità individuale, la gente deve capire che deve uscire poco, il meno possibile. Capisco che l’economia ne viene penalizzata, ma la salute viene prima di tutto. Bisognerebbe essere molto più coscienziosi soprattutto in questa fase delicata. Le Istituzioni dovrebbero ridurre al massimo le occasioni di assembramento, con una particolare attenzione ai mezzi di trasporto. Per quanto riguarda la Sanità, dovrebbero assumere personale e creare centri Covid dedicati. Un altro grosso problema che abbiamo in questo momento è la gestione dei pazienti che necessitano di essere operati subito ma risultano positivi al Covid. Questi pazienti che fine fanno? Teoricamente andrebbero operati lo stesso, ma per farlo bisognerebbe avere una struttura Covid dedicata, con un reparto in cui poterli tenere in isolamento e una sala operatoria in cui poter entrare con le tute. Ma, oggi, una struttura di questo tipo non esiste”.

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