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Sabato, 24 Febbraio 2024
Salute

Noduli tiroidei, quando bisogna preoccuparsi: risponde l'esperto

“Per una corretta prevenzione si raccomanda di fare un’ecografia tiroidea ed indagini ematiche almeno una volta all’anno, soprattutto alle donne a partire dai trent’anni”. L’intervista al dott. Giuseppe Sabino

Si stima che i noduli alla tiroide siano presenti nel 40-50% della popolazione, ma nella maggioranza dei casi sono di natura benigna. Solo in una bassa percentuale (il 5% circa) questi possono causare disturbi ed interferire con la funzionalità della tiroide. Questo piccolo organo, collocato alla base della porzione anteriore del collo, ricopre un ruolo importantissimo nel nostro organismo: regola le funzioni essenziali, dal consumo energetico alla salvaguardia della salute delle ossa, dalla fertilità nella donna allo sviluppo cerebrale nel bambino, attraverso la produzione di due ormoni (la tiroxina (T4) e la triiodotironina (T3)).

"Per una corretta prevenzione - spiega a NapoliToday il dott. Giuseppe Sabino, medico chirurgo, specialista in Radiologia – si raccomanda di fare un’ecografia tiroidea e indagini ematiche almeno una volta all’anno, soprattutto alle donne a partire dai trent’anni. L’ecografia alla tiroide - continua il dott. Sabino - è l’esame di screening di base sia nei pazienti asintomatici sia quando ci sono sintomi evocatori di ipo o ipertiroidismo, per la facilità di utilizzo della metodica, per il suo basso costo e per la sua grande precisione anatomica. Ma è anche l’esame di prima istanza in caso di sospetto clinico di malignità tiroidea che può essere desunto da alcune analisi ematiche, come ad esempio livelli elevati di calcitonina”. Ma quando bisogna preoccuparsi? 

Dott. Sabino, cosa sono i noduli tiroidei?

“I noduli tiroidei sono delle formazioni della ghiandola tiroidea che possono avere una natura di tipo solido, liquido o di tipo misto. Generalmente sono di tipo benigno e si riscontrano in ambito di patologie diffuse come il gozzo tiroideo, una condizione che determina incremento di volume e disfunzione della tiroide. Noduli benigni di tipo solido sono ad esempio gli adenomi, di frequente riscontro nella popolazione generale. I liquidi, invece, sono detti noduli colloido-cistici, che accumulano una sostanza colloide, fisiologicamente contenuta nella ghiandola tiroidea. Spesso, inoltre, si riscontrano noduli di tipo misto, anche descritti con il termine di “complex” (nel linguaggio ecografico si tratta di noduli costituiti sia da componenti di tipo liquido che solido)”.

I noduli tiroidei possono essere solitari o multipli..

“Sì, esatto. Sono tipicamente multipli nella condizione di gozzo. Un esempio invece di nodulo solitario è l’adenoma. Esistono anche noduli cosiddetti autonomi, ossia che sfuggono al controllo ormonale determinato dall’ormone ipofisario TSH e tendono a produrre ormoni tiroidei autonomamente. In generale i noduli tiroidei possono determinare un ampio spettro di sintomatologia, per esempio alterando la funzione della deglutizione o addirittura della respirazione se comprimono la trachea; possono talvolta causare dolore e, in particolare, quando sono iperfunzionanti, possono determinare tachicardia, condizione d’ansia, insonnia, calo ponderale, vampate di calore tipicamente al volto. In alcuni casi di ipofunzionalità possono determinare condizione di ipotiroidismo, caratterizzato da sintomatologia diametralmente opposta, ossia tendenza alla letargia, incremento ponderale, affaticamento o anche sensazione di secchezza alla pelle”.

Quando si consiglia l’ecografia alla tiroide e cosa rileva questo esame?

“L’ecografia tiroidea è consigliata come esame di screening di base anche nei pazienti asintomatici o in caso di sospetto clinico di malignità tiroidea che può essere desunto da alcune analisi ematiche. Questo esame aiuta a caratterizzare il nodulo nelle sue componenti solide o liquide, ne definisce i margini, le dimensioni e la vascolarizzazione tramite lo studio color e power-Doppler. Inoltre funge da ausilio alla guida durante l’eventuale agoaspirato. In particolare, determina l’ecogenicità di un nodulo, vale a dire la sua caratteristica in termini di scala di grigi: se un nodulo tende ad essere più scuro del tessuto tiroideo circostante si definirà “ipoecogeno”, se uguale al tessuto dell'organo “isoecogeno”, se più chiaro “iperecogeno”. Più una formazione nodulare risulterà ipoecogena, più sarà sospetta. L’eccezione è data dai noduli a contenuto liquido che appaiono totalmente anecogeni, ossia omogeneamente neri”.

I noduli si dividono anche in caldi e freddi. Può spiegarci le differenze?

“Il concetto di “caldo” e “freddo” appartiene alla metodica scintigrafica. La scintigrafia è una tecnica medico-nucleare che si esegue iniettando nel sangue o più spesso somministrando per via orale un tracciante composto da una sostanza chimica in grado di essere captata dal tessuto tiroideo (lo Iodio-131 o Iodio-123), e da una sostanza radioattiva, come il tecnezio-99, che può essere tracciata da uno strumento detto “gammacamera”. Lo studio di immagini fornisce informazioni anatomiche molto scarne ma dettagliate informazioni sull’attività del nodulo. Se un nodulo è “caldo” significa che funziona più del normale, il che rappresenta una condizione alterata dal punto di vista funzionale ma normale dal punto di vista della differenziazione delle cellule che compongono il nodulo; significa che le cellule del nodulo in quanto iperfunzionanti mantengono tutte le caratteristiche tipiche del tessuto tiroideo. Tipicamente quando un nodulo è iperfunzionante può essere definito “tossico” sulla base della descrizione che ne fece Plummer nei primi anni del ‘900, difatti la sua eccessiva produzione ormonale può determinare uno stato di tossicosi. Se il nodulo è “freddo” significa, invece, che ha un’attività funzionale inferiore rispetto a quella del tessuto sano circostante, quindi è più probabilmente composto da cellule che hanno perso le caratteristiche istologiche tipiche del tessuto tiroideo, pertanto è più a rischio di essere considerato poco differenziato e possibilmente maligno”.

Quanto conta la dimensione e l’aspetto?

“Le dimensioni di un nodulo hanno la loro importanza nella valutazione della benignità, in quanto più è evidente una crescita della formazione nodulare più significa che il nodulo tende ad essere proliferativo. Non sempre ciò è indice di malignità. Oltre alle dimensioni assolute conta la rapidità con cui cresce un nodulo: più rapida è la crescita nel tempo, più si tende ad attenzionarlo. Riguardo l’aspetto del nodulo, principalmente in ecografia, i fattori che contano maggiormente sono la sua omogeneità, l’ecogenicità (ossia il suo aspetto più scuro o più chiaro in rapporto al tessuto tiroideo circostante) e l’eventuale presenza di microcalcificazioni contestuali. Lo studio color e power-Doppler aggiungono, inoltre, informazioni circa la vascolarizzazione: un nodulo benigno tenderà ad avere una vascolarizzazione prevalentemente periferica, un nodulo maligno una vascolarizzazione estesa in sede centrale”.

Quando bisogna preoccuparsi?

“Dovrebbe suscitare preoccupazione una descrizione ecografica di noduli a margini sfumati, notevolmente ipoecogeni, caratterizzati da assorbimento del fascio acustico e molto vascolarizzati al Doppler. L’indice che in ecografia ci aiuta a capire quando preoccuparci è lo score TI-RADS; esso ci aiuta a capire il livello di allerta e va da 1 a 5: 1 rappresenta la totale assenza di reperti di rilievo, 5 un aspetto fortemente sospetto per malignità. Per fortuna i noduli tiroidei maligni, ossia quelli descritti ad un esame istologico come carcinomi, tendono ad avere un’ottima prognosi se trattati adeguatamente; in particolare i carcinomi di tipo papillare e follicolare hanno una storia generalmente favorevole. Pertanto, non deve allarmare più di tanto la probabilità di avere in assoluto una diagnosi di carcinoma tiroideo. Purtroppo, però, esiste una variante che è il carcinoma anaplastico, in assoluto una delle patologie più severe che esista, ma per fortuna anche molto rara”.

Se l’ecografia rileva un nodulo ‘sospetto’, quali altri esami si effettuano per approfondire lo studio?

“Un nodulo ‘sospetto’ all’ecografia normalmente merita un agoaspirato per una tipizzazione citologica. Oltre a questo tipo di esame, che si segue sempre sotto guida ecografica, si pratica una valutazione degli indici ematici di rischio, come ad esempio la calcitonina. Anche la scintigrafia, come detto prima, aiuta a capire la probabile benignità o malignità di un nodulo grazie alla sua valutazione funzionale”.

Come viene trattato il nodulo tiroideo?

“I trattamenti possono essere molteplici. Noduli benigni che si instaurano in un quadro di gozzo tiroideo sono generalmente trattati in prima istanza a livello farmacologico, provando a migliorare la funzione globale della ghiandola e mantenendo un atteggiamento attendista. Noduli benigni come gli adenomi possono essere anche trattati per via percutanea tramite termoablazione o alcolizzazione sotto guida ecografica. Talvolta, però, anche noduli considerati benigni possono essere asportati chirurgicamente, generalmente mediante asportazione del lobo tiroideo dove sono localizzati, in particolare quando c’è il rischio di migrazione toracica. I noduli maligni, invece, vengono generalmente trattati chirurgicamente tramite resezione totale della tiroide. E dopo l’intervento viene spesso praticata la radioiodioterapia, una tecnica medico-nucleare che è volta ad eliminare ogni cellula tiroidea eventualmente residuata dall’intervento”.

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