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Salute

Cos’è la Clamidia (e quando può causare infertilità): risponde il ginecologo

"Sebbene sia tra le infezioni sessuali più diffuse, se ne parla poco. E' necessaria una campagna di screening per far conoscere i rischi soprattutto ai più giovani, che sono anche i più colpiti”. L'intervista al Prof. Marco Torella, Responsabile del Centro Interdisciplinare del pavimento pelvico del Policlinico Vanvitelli

Non esiste solo l’AIDS, per la quale è stato registrato un calo importate delle nuove diagnosi negli ultimi anni. Tra le infezioni sessualmente trasmesse ci sono anche altre patologie pericolose il cui trend è in continua crescita soprattutto tra i giovanissimi. Ma di cui se ne parla molto poco. Tra queste c’è la Clamidia (causata dal batterio Chlamydia trachomatis) che mostra un trend in crescita dal 2008, con un incremento di quasi quattro volte tra il 2008 e il 2019, in particolare nelle donne tra i 20 e i 25 anni. Un dato preoccupante se si considera che nella gran parte dei casi è asintomatica o caratterizzata da sintomi lievi e poco specifici, che la fanno passare inosservata nel 75% delle donne e nel 50% degli uomini.

La Clamidia si può trasmette attraverso qualsiasi tipo di rapporto sessuale (vaginale, anale e orale), ed è considerata una infezione subdola poiché una sua progressione (per mancata diagnosi) può portare a un’occlusione delle tube, compromettendo la capacità riproduttiva femminile. Ma come mai si parla così poco della Clamidia se i casi sono in aumento? Ne abbiamo parlato con il Prof. Marco Torella, Responsabile del Centro Interdisciplinare del pavimento pelvico del Policlinico Vanvitelli di Napoli e Presidente dell’Associazione Italiana di Uroginecologia (AIUG).

Prof. Torella, con quali sintomi si manifesta l’infezione da Clamidia?

“L'infezione colpisce maggiormente le donne, ma può essere contratta anche dai maschi. Si stima che circa il 70-80% delle donne e il 50% degli uomini siano asintomatici. Le manifestazioni cliniche, quando rilevabili, compaiono dopo 1-3 settimane dall’infezione. Nelle donne, la manifestazione clinica principale è la cervicite che può causare secrezioni mucose filanti, sanguinamento, una sensazione di irritazione, e talvolta l’uretrite, con piuria e disuria. I sintomi generalmente includono:

  • dolore mentre si urina (dolore minzionale),
  • macchie arrossate sui genitali,
  • dolori al basso ventre o senso di peso,
  • prurito, bruciore e irritazione genitale e pubico,
  • perdite ematiche vaginali nelle donne,
  • rapporti sessuali dolorosi nelle donne (dispareunia),
  • dolore ai testicoli negli uomini,
  • dolore rettale nell’uomo e nella donna,
  • ingrossamento dei linfonodi inguinali".

Come viene diagnosticata?

“L’infezione da clamidia viene diagnosticata attraverso test di laboratorio molecolari basati sull’amplificazione degli acidi nucleici (Naat) che, attualmente, grazie alla loro elevata sensibilità (>95%) e specificità (98%), sono considerati i test di riferimento per la diagnosi di questa infezione. Questi test consentono di ricercare la clamidia sia in tamponi endocervicali e/o uretrali, che in tamponi vaginali, rettali, orali o in campioni di urine. In caso di positività al test, è necessario che anche il/i partner sessuale/i venga/vengano testati per la ricerca di questa infezione. Inoltre, è raccomandato alla donna o all’uomo e al/ai partner il test sierologico per l'HIV e la ricerca di altre malattie sessualmente trasmissibili”.

Quali conseguenze può portare un’infezione non curata?

“La risalita dell’infezione attraverso l’apparato genitale femminile può portare alla malattia infiammatoria pelvica (PID, Pelvic Inflammatory Disease), una condizione molto pericolosa per la fertilità. Lo stato infiammatorio della regione pelvica caratteristico della PID espone le tube al rischio di andare incontro a fenomeni di cicatrizzazione, formazione di aderenze e ascessi. Poiché le tube rappresentano gli organi che permettono agli ovociti di raggiungere l’utero, una loro ostruzione (sia essa parziale o totale) può rendere difficoltoso (o impossibile) l’incontro tra ovociti e spermatozoi, e quindi il concepimento determinando appunto la infertilità femminile. Nell’uomo la diffusione dell’infezione alle varie strutture dell’apparato genitale può causare condizioni infiammatorie come ad esempio prostatiti ed epididimiti, determinando una riduzione della qualità seminale e quindi un peggioramento della performance degli spermatozoi. In conclusione, l’infezione da clamidia è certamente una condizione altamente correlata a infertilità, ragion per cui bisogna stare molto attenti alle situazioni in cui si avverte una sintomatologia aspecifica, magari ricorrendo al consulto medico-specialistico e alla ricerca dell’infezione attraverso tamponi vaginali specifici”.

In che percentuale di casi la clamidia causa infertilità?

“Le conseguenze a carico dell’apparato riproduttivo, specie femminile, possono essere molto gravi. In particolare, l’1-30% delle donne con infezione da clamidia non trattata può sviluppare la malattia infiammatoria pelvica (Mip) che a sua volta può portare, nel 10-20% dei casi, a sterilità. Tra gli uomini, il danno permanente sembra meno frequente, anche se alcuni studi segnalano una possibile correlazione tra l’infezione da clamidia e la sterilità maschile”.

Come viene curata la clamidia?

“L’infezione da clamidia si tratta con antibiotici specifici prescritti dal medico. Per le infezioni da clamidia "non-complicate" gli schemi terapeutici raccomandati prevedono l’uso per via orale di azitromicina o di doxiciclina; in alternativa eritromicina o levofloxacina o ofloxacina, sempre per via orale. Il trattamento va eseguito subito dopo il risultato positivo al test diagnostico. E devono essere trattati anche i partner sessuali avuti nei tre mesi precedenti l’insorgenza dei sintomi. Inoltre, viene, sempre, raccomandata l’astensione dai rapporti sessuali fino a 7 giorni dopo la fine del trattamento e comunque fino a 7 giorni dopo la fine del trattamento del partner. In caso di infezione da clamidia "complicata" lo specialista valuterà l’iter diagnostico terapeutico da seguire”.

In che modo possiamo prevenirla?

“La prevenzione si basa sull’utilizzo del preservativo in tutti i rapporti sessuali occasionali, con ogni nuovo partner e con ogni partner di cui non si conosce lo stato di salute. Inoltre, è importante non abusare di alcol e non usare sostanze stupefacenti, ridurre il numero di partner sessuali e rivolgersi subito a un medico di fiducia se si ha il dubbio di essersi infettati. Inoltre, è necessario evitare i rapporti sessuali mentre si sta seguendo la terapia”.

Se è tra le infezioni sessualmente trasmesse più diffuse, perché se ne parla così poco? Non sarebbe importante promuovere campagne di sensibilizzazione anche sulla clamidia così come si fa per il Papilloma Virus umano?

“Assolutamente in Italia si parla troppo poco di infezioni sessualmente trasmissibili come la clamidia che come ho detto è una infezione “silenziosa”. Oggi i dati ci dicono che la clamidia è responsabile di circa i dei due terzi delle cause di infertilità femminile e questo proprio perché nella maggior parte dei casi decorre in maniera silente. Pertanto, non è tanto l’effettuazione dei tamponi che potrà aiutarci, ma solo una campagna di screening nei pazienti asintomatici. Purtroppo l’identificazione delle categorie a rischio oggi è molto difficile in quanto quelli che erano i criteri un tempo utilizzati per definirli (quali la precocità del primo rapporto sessuale, i più partner o l’utilizzo dei contraccettivi orali), oggi sono diventati più comuni a tutte le donne al punto tale che forse si considera l’età il fattore più importante per introdurre una formula di screening (cosa che ad esempio è successa negli USA). E’, quindi, auspicabile uno screening in tutte le donne che abbiano avuto attività sessuale al di sotto dei 25 anni. In Italia, ad ogni modo, sono attivi due sistemi di sorveglianza sentinella delle infezioni sessualmente trasmissibili ed è previsto lo screening per Chlamydia trachomatis nelle donne in gravidanza con fattori di rischio riconosciuti alla prima vista prenatale e una eventuale ripetizione del test nel terzo trimestre di gravidanza qualora permangano i fattori di rischio”.

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