Sabato, 23 Ottobre 2021
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Lino Banfi: "Da giovane ho venduto Rolex falsi ai napoletani travestito da ufficiale americano"

Il racconto dell'attore pugliese: "Ero in miseria, ma imbrogliare i napoletani non è facile"

"Questa non l'ho mai detta a nessuno. Da giovane, per fare qualche lira - ero in miseria - riuscii a vendere Rolex falsi ai napoletani. Io e un amico ci travestivamo da ufficiali americani, fermavamo le persone, raccontavamo che ci avevano derubato e non avevamo soldi. Solo un orologio prezioso da scambiare. Su dieci, otti ci mandavano a cogliere fichi, due ci cascavano. Ne vado fiero... imbrogliare i napoletani non è facile". Questo il racconto di Lino Banfi nel corso di un'intervista rilasciata a "Il Mattino". 

Il noto attore pugliese ritirerà quest'oggi a Napoli il Premio San Gennaro: "La mia carriera è cominciata a Napoli, tra il teatro 2000 e il Salone Margherita, al fianco di attori bravissimi. Lo scomodavano San Gennaro, io San Nicola. Così li abbiamo gemellati".

Banfi ha poi svelato un retroscena sull'amicizia con il grande Sergio Bruni: "Mi diceva 'Tu si 'na besta 'e palcoscenico'. Scrivemmo una canzone insieme. Lui la musica, io il testo: il 'Cantico del Sud'".

Poi il ricordo su quell'episodio di vita ormai celebre, che risale ad un Natale di tantissimi anni fa: "La vigilia di Natale del '54 ero a Napoli, senza lavoro. Un prestigiatore che frequentava la Galleria Umberto mi dette il cappello universitario del figlio, di quelli con la visiera a becco. Mi disse: "Vai a Toledo e chiedi un'offerta per la cassa universitaria". Alle 9 di sera il cappello era vuoto. Passa un tizio. Si ferma. Capisce al volo: "Tu non sei un universitario!". Io gli racconto la mia triste storia. E lui: "Seguimi". Mi porta nel suo basso, ai Quartieri Spagnoli. Trovo la moglie, pingue come lui, e cinque-sei bambini che schiamazzano. Ciro mi offre un pasto caldo e un giaciglio. All'alba mi sveglia, mi saluta e mi dà i soldi... che spesi per mangiare, on per andare a casa. Una volta diventato famoso, l'ho cercato dappertutto. Sono tornato sul posto. "No, qui non ha abitato mai nessun Ciro", mi ha risposto il vicolo. Lo cerco ancora, per sdebitarmi. Una sera, a cena, raccontai la storia ad un amico cardinale. E lui: "Caro Lino, non c'è nessun Ciro. Quello era un angelo".

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