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Arriva in tv il fascino della Napoli esoterica de Il Commissario Ricciardi

Presentata alla stampa l’attesa serie che ha lanciato Maurizio de Giovanni nell’Olimpo degli autori italiani. Protagonista Lino Guanciale circondato da un cast di attori straordinario diretti da Alessandro D’Alatri

Da quando è circolata la voce che sarebbe stata realizzata una serie tratta dai romanzi Il Commissario Ricciardi, il ciclo di romanzi che ha lanciato verso il successo Maurizio de Giovanni, subito c’è stata una grande attesa, mista a quella mediatica da quando si è saputo che interpretare il solitario e tormentato commissario dal ricciolo ribelle sarebbe stato Lino Guanciale. Dopo oltre un anno di riprese e alcune riprese fatte all’alba del Covid e una post produzione rallentata dalla pandemia, lunedì 25 gennaio i sei film tratti da Il Commissario Ricciardi approderanno su Rai1 in prima serata.

Gli affezionati lettori che hanno iniziato il conto alla rovescia non resteranno delusi: ritroveranno le stesse atmosfere e i personaggi ben costruiti da de Giovanni e poi c’è Lino Guanciale che restituisce a Ricciardi il rigore, la durezza e il dolore del commissario.

Merito va allo stesso Guanciale e al regista Alessandro D’Alatri, che sono stati gli uomini giusti per portare avanti questo progetto, entrando nelle viscere della dimensione storica e umana di Luigi Alfredo Ricciardi e dei personaggi che lo circondano mossi da sentimenti e ideali nella Napoli del 1932 nel pieno del ventennio fascista.

La Napoli di Ricciardi

Iniziate nell’estate del 2019 le riprese si sono svolte tra Taranto, città borbonica dove sono stati i ricostruiti i vicoli dei Quartieri Spagnoli e il Rione Sanità, e Napoli.

La capacità di abbracciare tutta la città rappresentando tutte le fasce sociali di Napoli è il tratto distintivo di Maurizio de Giovanni accomunando tutti i suoi romanzi e racconti, dal nuovo fenomeno televisivo Mina Settembre a I Bastardi di Pizzofalcone, e che non manca ne Il Commissario Ricciardi dove le strade di Napoli influiscono nella narrazione.

Grazie al contributo della Film Commission Campania, presieduta da Titta Fiore e diretta da Maurizio Gemma, ha assistito la produzione nel riportare anche piazze e vie centrali di una città metropolitana come Napoli negli anni ’30: il Teatro di San Carlo (che apre il primo dei sei film tratto dal libro Il Senso del dolore)  e Teatro  Sannazaro,  le chiese del centro storico, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, la neoclassica Villa Pignatelli, la settecentesca Reggia di Portici e tante altri luoghi sparsi della Campania sono stati trasformati diventando fondamentali una meticolosa ricostruzione d’epoca.

Una ricerca filologica a cui si è prestata la massima attenzione ai minimi dettagli: dalla fotografia che aiuta a entrare nel mood di quegli anni fino nella creazione curatissima dei costumi che aiutano a immergere nell’eleganza tipica degli anni ’20 e ’30 dove si guardava alla moda parigina e inglese, mentre si affacciava l’alta sartoria napoletana. Un set complesso che nella fase finale si è scontrato con l’emergenza sanitaria. “È stata l’esperienza più complessa della mia vita. Bisognava ricostruire i sentimenti di un'epoca in una città come Napoli anche perché costruire una città contemporanea come questa non è stato facile infatti i quartieri spagnoli e la sanità sono stai ricostruiti a Taranto dove, grazie all’aiuto di Apulia Film Commission, abbiamo ricostruito i sapori di una Napoli che sarebbe stata altrimenti impossibile riadattare. C'era poi la mole narrativa dove il personaggio di Ricciardi con le sue anomalie e il suo tormento per il fardello di vedere gli ultimi istanti delle persone morte per cause violente, era descritto già benissimo da de Giovanni”, racconta il regista Alessandro D’Alatri. 

La ricostruzione dei sentimenti di un'epoca

Attualmente alle prese della regia di Un Professore, la nuova fiction con Alessandro Gassmann, Alessandro D’Alatri si è rivelato essere il regista più adatto per realizzare i sei film della serie di Ricciardi. Tanti gli aneddoti da raccontare su questo lungo progetto che ha immediatamente coinvolto D’Alatri subito dopo aver diretto con successo la seconda stagione de I Bastardi di Pizzofalcone che ha segnato l’inizio della collaborazione con de Giovanni su un set ambientato a Napoli.

Per lui non ci sono dubbi, basilare e complicato è stata la ricostruzione dei sentimenti di un’epoca. La parola sentimento è presente in tante sfumature che muovono sia i personaggi che popolano la serie che lo stesso Ricciardi. Tra questi sentimenti c’è sicuramente la pietas che in alcuni momenti vanno in contrasto con la sua durezza e il suo rigore. Una cosa che è lampante e che emerge fino a un certo punto ma nei gesti e negli sguardi degli attori.

Mi è piaciuto proprio questo restituire il sentimento di ingenuità di quell'Italia che non esiste più. Ci sono sentimenti esemplari incarnati della famiglia del brigadiere Raffale Maione, interpretato da Antonio Milo, il braccio destro di Ricciardi che con grande dignità affronta la perdita del figlio ucciso; c’è quello per la religione rappresentata da don Pierino, che ha il volto di Peppe Servillo, che incarna ancora lo spirito del popolo; c’è la contestazione alla politica con gli ideali antifascisti del dottor Modo, il medico legale e unico amico del commissario, affidato a Enrico Ianniello. Questi sentimenti sono insiti nel fascino delle storie create da de Giovanni e che noi abbiamo messo in scena. Poi io sono molto legato agli anni ’30. Da bambino sono stato scelto da Vittorio De Sica per interpretare un piccolo ruolo ne Il Giardino dei Finzi Contini e il mio primo film, Americano Rosso, è ambientato in quel periodo lì. Insomma, raccontare i sentimenti che animavano quell’Italia nonostante l’orrore del fascismo che ancora non aveva mostrato la sua ferocia, mi ha inorgoglito” risponde D’Alatri “ I sentimenti sono la chiave della contemporaneità dei personaggi,  soprattutto quelli contrastanti come l’amicizia e anche l’amore che Ricciardi nutre per queste tre donne: Enrica (Maria Vera Ratti) che incarna la quieta normalità degli affetti familiari cui Ricciardi aspira ma che con rassegnazione crede di non meritare; Livia (Serena Iansiti) che rappresenta la sensualità e la tata Rosa (Nunzia Schiano) che sembra un meraviglioso personaggio presepiale uscito da San Gregorio Armenio”.

Una produzione con molti attori in 350 ruoli e numerose comparse, molti dei quali presi dal teatro. Per D’Alatri il merito è anche della tradizione attoriale presente a Napoli che definisce “un pozzo petrolifero che produce attori. Ho fatto sei mesi di casting facendo un lavoro certosino nella selezione avendo così una moltitudine di attori per i colorati personaggi generati dalla penna di Maurizio de Giovanni. Li ringrazio profondamente, poiché il loro “calore” ha restituito ulteriore vita a tutta la serie”.

Napoli e il sovrannaturale

Il rapporto con Napoli sia per D’Alatri che per Guanciale è per entrambi ormai importante essendo legati professionalmente alla città per film e serie girate in passato. Con l’operazione di Ricciardi, davanti e dietro la macchina da presa, portano in tv la Napoli degli anni ’30 ammantata da un’atmosfera noir. “Ricciardi si discosta dal crime che siamo abituati a vedere. Ricciardi si basa sull'intuito investigativo senza altri mezzi tecnici e ausili tecnologici come gli investigatori di oggi. C'è poi l'aspetto sovrannaturale legato a quel dono/maledizione ereditata dalla madre che nei libri è definito come ‘il fatto’: vede il fantasma delle persone morte in modo violento e ne ascolta l’ultimo pensiero. Questo aspetto noir è facilitato in una città dal fascino esoterico come Napoli dove vita e morte vanno a braccetto con il rapporto tra i vivi e morti che c'è sempre nei i cittadini partenopei, fatto di grande naturalezza, ci sono bellissime storie e leggende che da un lato celebrano la vita mentre dall’altra parte esorcizza la morte”.

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