La Cantata dei Pastori - Nel Presepe Napoletano

Dal 25 al 30 dicembre 2015, alle ore 21:00 (domenica 27 ore 19:00), alla Domus Ars Centro di Cultura di via Santa Chiara va in scena "La Cantata dei Pastori - Nel presepe Napoletano"

Con: Antonella Morea, Franco Javarone, Mario Brancaccio, Armando Aragione, Virgilio Brancaccio, Giovanni De Vivo, Imma Caputo

& Piccola Orchestra Domus Ars,

Arcangelo Caso - Violoncello,

Arturo Sica - Violino,

Edo Puccini  - Chiatarra

Martina Mollo  - Fisarmonica/ Piano

Regia Mariano Bauduin - Musiche Carlo Faiello - Tradizionali Repertorio Barocco 

Clicca qui per visuallizzare il programma completo

"La Sacra rappresentazione del Natale e ancora tutti i suoi molteplici elementi magico religiosi, sono collegati alla figura di un bambino, figlio del sole e del fuoco. Il presepe di carattere colto, ovvero il Presepe cortesei, ha raccontato tre secoli di storia napoletana, mentre il Presepe popolare nella sua apparente fissità, nelle sue statuette scolpite anche nei vestimenti, con colori semplici, ma ben precisi e determinati, racconta il non-tempo, ovvero la metastoria, difatti la struttura dello scoglio nel presepe colto è frontale e lineare, mentre nel presepe popolare è circolare e a spirale. Un duplice aspetto come la luce e l’ombra che potrebbero essere considerati i due aspetti emblematici della sacra rappresentazione natalizia per eccellenza, vale a dire “La Cantata dei pastori”. A questa duplice funzione di luce e ombra si può ricondurre la doppia figura dei due infanti, Gesù Bambino e Benino, o Benitiello, il pastorello dormiente, colui che prima di tutti riceve il divino annuncio in sogno, ed è emblematico che laddove un bambino dorme, un altro si sveglia, ciò apre il varco dell'onirico e del meraviglioso, tanto che si sintetizzò la rappresentazione presepiale col nome: "Il sogno di Benino". Il rapporto col mondo dei sogni attrasse particolarmente due eccelse figure: Carl Gustav Jung e Kàroly Kerényi, i quali, nella pubblicazione Prolegomeni allo studio della mitologia classicaii, affrontano una accurata analisi antropologica e psicoanalitica sulle figure dei Fanciulli divini, relazionandoli ad arcaiche tipologie comportamentali atte all'analisi dei più antichi atteggiamenti umani. Jung applica gli studi di Kerényi sulla formazione di antiche tipologie archetipate costruendo un immaginario conscio e uno inconscio e di questo immaginario fanno parte le forme e le strutture che si ritrovano nella costruzione del presepe popolare, il quale come un primordiale mandala rispetta le forme di cerchio e di quadrato innescate l’uno nell’altro, in più – ma qui non è il caso di entrare troppo nel merito, bensì si rimanda a una lettura attenta del testo citato, - assumendo un’analisi del “inconscio collettivo” tipico delle religioni popolari e dei suoi rapporti con l’idolo, in questo caso la statuetta presepiale, e col divino. Mitema, favola, letteralismo, attorno alla figura di un eroe giovinetto o infante, che sorge da un limbo, un mondo sotterraneo, una grotta, asseriscono agli elementi del presepe una millenarietà unica, come lo dimostra Francesco Saba Sardi in Il Natale ha 5000 anniiii; tale rapporto con un tempo millenario è l’annullamento del concetto di Tempo stesso, e quindi di Storia, codificando dei segni e nei mitemi presepiali archetipi che raccontano all’umanità l’importanza della devozionalità, e mai come nel sud Italia ciò è fondamentale, infatti è emblematico che in Campania il presepe popolare, dopo il giorno dell’Epifania (6 gennaio) viene svuotato dalle statuette pastorali e sostituito con le anime purganti ad eccezione del Bambinello che resta nella grotta infernale, quasi a voler placare e rispedire nelle caverne dell’anima i morti rimasti incastrati nella nostra realtà; il presepe viene esposto fino al giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), giorno nel quale lo scoglio presepiale viene bruciato insieme agli oggetti vecchi, per poter essere nuovamente costruito l’anno seguente, ciò dona alla costruzione il carattere di ex-voto, di dono augurale e divinatorio. 
Lo spettacolo che abbiamo costruito è una sorta di didattico, ma non pedante o scolastico, percorso poetico e illustrativo su alcuni aspetti che il tempo e la medernità stanno drammaticamente cancellando, quello che si è cercato di mettere in evidenza è la profondissima cultura che ruota attorno a un oggetto apparentemente legato all’effimero e alla semplice funzione espositiva da salotto, e che diversamente si potrebbe sacrificare in un mondo e una realtà che fa i conti con un tempo del consumo e della crisi dell’anima, che è crisi dell’essere umano in rapporto con la parte più antica di sé;  iniziando da dove si finisce con: Quanno nascette ninno... era notte e pareva miezujuorno..."

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