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Pane pompeiano, carbonizzato nel 79 a.C.

Pane pompeiano, carbonizzato nel 79 a.C.

Tornano i pani di Pompei: un viaggio sulle tavole degli antichi romani

L'evento "Molino Caputo presenta i Pani di Pompei" permetterà di assaggiare gli stessi prodotti di cui si nutrivano gli abitanti della cittadina prima dell'eruzione del Vesuvio

Rappresentati in affreschi e bassorilievi, catalogati tra i reperti degli scavi, i pani di Pompei, adesso, potranno anche essere assaggiati. L'idea è della Dieffe Comunicazione, realizzata grazie a Molino Caputo, al panificio Esposito e allo chef Paolo Gramaglia del ristorante “President” della cittadina vesuviana.
L'evento “Molino Caputo presenta i Pani di Pompei” sarà presentato in conferenza stampa sabato 23 novembre, alle 10.30. Si tratterà di un viaggio nella storia, nei cibi della città antica, in cui si mischiavano – in 10mila abitanti – diverse etnie e numerose diverse tradizioni. “Il nostro è uno studio che ci porta ad avvicinarci il più possibile alla riproduzione dei pani consumati dagli antichi romani”, spiega Paolo Gramaglia, che aggiunge: “Materie prime di grandissima qualità, strumenti di lavorazione e metodi di cottura strettamente aderenti alle normative sanitarie vigenti”. Per Antimo Caputo, Ad di Molino Caputo, “approfondire la conoscenza degli usi gastronomici e della panificazione degli antichi pompeiani è stata un'idea che ci ha affascinato da subito”.

Pompei, prima dell'eruzione del 79 d.C., contava 34 panificatori, alcuni di questi forniti anche di banchi vendita. Da fonti letterarie e iconografiche, oltre che da reperti archeologici, è risaputo che i tipi di pane più diffusi fossero dieci, proposti in innumerevoli varianti. Variegati anche i tipi di cottura: oltre che nel forno tradizionale, il pane poteva essere cotto sotto la cenere, su un conduttore posto su fonte di calore, oppure in una pignatta che, al momento di servirlo, veniva rotta per “liberare” il prodotto.

Il primo prodotto era il più grezzo e il più duro di tutti: veniva lavorato, a partire dal V secolo a.C., con grani di qualità superiore provenienti da Africa e Sicilia. Il più pregiato era il panis siligineus. Bianco, era prodotto con farine superiori e destinato a consumatori ricchi: sulla sua forma circolare erano tracciate le linee per dividerlo in otto parti (i romani non usavano coltelli). Il panis artolaganus era, invece, considerato il pane delle feste. Il suo  impasto prevedeva la presenza di ortaggi, canditi, miele, olio e vino. Assai ricco era anche il panis adipatus, farcito con lardo.
Un pane più scuro, destinato alle classi popolari, era il panis cibarius, dalla forma allungata (tipo ciabatta) e prodotto con un mix di farina setacciata di orzo e farro. Ancora più “essenziale” c'era poi il panis secundarius, anch'esso di forma allungata e prodotto con farina integrale. Tra le tipologie più diffuse anche il panis bucellatus, un pane biscottato che prevedeva la cottura seguita da un'asciugatura in forno caldo. Ma i pompeiani mangiavano anche focacce – simili alle nostre, condite con olio e rosmarino oppure con olio e olive – e pensavano ai loro cani, con il panis furfureus a loro destinato.

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