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Giovedì, 2 Febbraio 2023
Economia

Perchè il divario tra Nord e Sud rischia di accentuarsi: dalla crisi inflazionistica al deficit demografico

Gli effetti dello shock energetico riaprono la forbice di crescita tra le due zone del Paese: lo spettro di mezzo milione di nuovi poveri nel Mezzogiorno. Cosa emerge dai dati del Rapporto 2022 a cura della Svimez

Dalla crisi inflazionistica al deficit demografico. Perchè il divario tra il Nord e il Sud dell'Italia rischia di accentuarsi nei prossimi mesi e nei prossimi anni, con lo spettro di circa mezzo milione di poveri in più nelle regioni meridionali. Questo e molto altro emerge dai dati dell'attesissimo Rapporto 2022 della Svimez, l'Associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno. 

Il Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, giunto alla sua 49esima edizione, è l’opera principale della SVIMEZ e viene pubblicata annualmente dal 1974. Raccoglie i principali indicatori e gli andamenti dell’economia meridionale in numerosi settori chiave: industria, edilizia, terziario, credito, finanza pubblica, infrastrutture e trasporti, politiche del lavoro, di coesione, industriali, demografia, mercato del lavoro e popolazione. Ogni anno il Rapporto dedica un’attenzione particolare ad argomenti specifici, che trovano spazio in specifici focus.

Gli effetti dello shock energetico riaprono la forbice di crescita tra Nord e Sud: mezzo milione di nuovi poveri nel Mezzogiorno?

Nel 2023 il PIL meridionale si contrarrebbe nel 2023 fino a -0,4%, mentre quello del Centro-Nord, pur rimanendo positivo a +0,8%, segnerebbe un forte rallentamento rispetto al 2022. Il dato medio italiano dovrebbe attestarsi invece intorno al +0,5%. Il nuovo shock ha cambiato il segno delle dinamiche globali (rallentamento della ripresa; comparsa di nuove emergenze sociali; nuovi rischi operativi per le imprese), interrompendo il percorso di ripresa nazionale coeso tra Nord e Sud.

Gli effetti territorialmente asimmetrici dello shock energetico intervenuto in corso d’anno, penalizzando soprattutto le famiglie e le imprese meridionali, dovrebbero riaprire la forbice di crescita del PIL tra Nord e Sud. Secondo le stime SVIMEZ, il PIL dovrebbe crescere del +3,8% su scala nazionale nel 2022, con il Mezzogiorno (+2,9%) distanziato di oltre un punto percentuale dal Centro-Nord (+4,0%).

La Svimez valuta che a causa dei rincari dei beni energetici e alimentari, l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta potrebbe crescere di circa un punto percentuale salendo all’8,6%, con forti eterogeneità territoriali: + 2,8 punti percentuali nel Mezzogiorno, contro lo 0,3 del Nord e lo 0,4 del Centro. In valori assoluti si stimano 760 mila nuovi poveri causati dallo shock inflazionistico (287 mila nuclei familiari), di cui mezzo milione al Sud. 

Le previsioni Svimez segnalano per il 2023 il rischio di una contrazione del PIL nel Mezzogiorno dello 0,4%, un peggioramento della congiuntura determinata soprattutto dalla contrazione della spesa delle famiglie in consumi, a fronte della continuazione del ciclo espansivo, sia pure in forte rallentamento nel Centro-Nord (+0,8%). Si stima che il PIL aumenti nel 2024 dell’1,5% a livello nazionale, per effetto del +1,7% nel Centro-Nord e dello +0,9% al Sud. Il dato del Sud, di per sé apprezzabile visto che dovrebbe tornare in territorio positivo dopo il calo del 2023, sarebbe comunque sensibilmente inferiore a quello del resto del Paese. Un aspetto strutturale che contribuisce a spiegare la debole ripartenza meridionale è rintracciabile sul lato dell’offerta: a seguito dei continui restringimenti di base produttiva sofferti dal Sud dal 2008, si è sensibilmente ridimensionata la capacità del sistema produttivo dell’area di agganciare le fasi espansive del ciclo economico. Questo quadro previsivo pone una duplice sfida alle politiche nazionali. Da un lato va assicurata continuità alle misure contro il caro energia: per mitigare l’impatto sui bilanci di famiglie, soprattutto le più fragili per le quali i rischi di una nuova povertà energetica sono più concreti; a favore delle imprese, per salvaguardarne l'operatività. 

La ripartenza post pandemica: i dati in Campania

Dopo lo shock della pandemia, l’Italia ha conosciuto una ripartenza pressoché uniforme tra macro-aree. Il “rimbalzo” del PIL nel 2021, +6,6% a livello Paese, è stato sostenuto dalla ripresa degli investimenti, soprattutto quelli in costruzioni, e dalla domanda estera, interessando tutte le aree del Paese, ma è stata più rapida nel Nord (+7,5% nel Nord-Est; +7% nel Nord-Ovest), dove più pronunciata era stata la recessione del 2020. Il Mezzogiorno ha però partecipato alla ripartenza nel 2021: il PIL meridionale è cresciuto infatti del 5,9%, superando la media dell’Ue-27 (+5,4%), beneficiando dell’inedita intonazione espansiva delle politiche a sostegno dei redditi delle famiglie e della liquidità delle imprese che hanno contribuito a sostenere i consumi e a preservare condizioni favorevoli di continuità operativa per le attività economiche. I sistemi produttivi delle regioni meridionali si sono mostrati meno pronti ad agganciare la domanda globale in risalita, registrando un ritmo di crescita dell’export più contenuto del resto del Paese. Gli investimenti delle imprese orientati all’ampliamento della capacità produttiva, inoltre, sono stati meno reattivi nel Mezzogiorno. Sono stati soprattutto quelli in costruzioni a crescere nel Sud, grazie allo stimolo pubblico (Ecobonus 110% e interventi finanziati dal PNRR).

La ripresa del 2021 ha interessato, a intensità variabile, tutte le regioni italiane. Nel Mezzogiorno appare particolarmente significativo il dato della Basilicata (+7,8%); seguono Sardegna, Puglia e Campania (rispettivamente +6,5%, +6,5% e +6,3%); più distanziate, Calabria (+5,5%), Abruzzo (+5,1%), Sicilia (+4,9%) e Molise (+4,2%). Dagli andamenti settoriali osservati a livello regionale, risulta che alla congiuntura favorevole delle costruzioni nel Mezzogiorno hanno contribuito, soprattutto, Calabria (+30,3%), Basilicata (+27,7%) e Sicilia (+27,5%). Sempre nel Mezzogiorno, i migliori andamenti nell’industria in senso stretto hanno interessato Molise (+12,4%), Basilicata (+11,3%), Puglia (+9,7%) e Campania (+8,8%); nel comparto dei servizi, si segnala la crescita estremamente contenuta del Molise (+1,6%), mentre sono superiori alla media meridionale i valori di Sardegna (+5,9%), Basilicata (+5,5%) e Campania (+5,3%).

Perchè il carrello della spesa di un consumatore medio del Sud è più colpito dai rincari rispetto ad uno del Centro-Nord

Nel corso del 2022 la Svimez ipotizza una crescita media dei prezzi al consumo dell’8,5%; dato che racchiude una significativa differenziazione territoriale: + 8,3% al Centro-Nord e +9,9% nel Mezzogiorno, con un differenziale sfavorevole al Sud dovuto in larga parte a un effetto composizione. Nel “carrello della spesa” del consumatore medio del Sud è, infatti, prevalente l’acquisto di beni di consumo, più colpiti dal rincaro delle materie prime; viceversa, al Centro-Nord assume un peso rilevante l’acquisto dei servizi, interessati da una crescita dei prezzi significativamente minore. La differenza nel “carrello della spesa” delle famiglie tra le due circoscrizioni si deve, a sua volta, all’ampia difformità nella distribuzione dei redditi a livello territoriale.

Gli interventi di salvaguardia varati dal Governo nel pieno della pandemia, dal blocco dei licenziamenti, agli ammortizzatori sociali in deroga fino al Rem che si è andato ad aggiungere al Reddito di cittadinanza, hanno tamponato emergenze sociali e occupazionali che altrimenti avrebbero assunto proporzioni drammatiche. In particolare, nelle regioni meridionali, senza sussidi l’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie avrebbe raggiunto un picco drammatico di circa 13 famiglie ogni 100 (13,2% al Sud e 12,9% nelle Isole), che grazie agli interventi cala di 3,4 punti al Sud e 4,5 punti nelle Isole. 

L'incidenza dei costi "incomprimibili" nel Mezzogiorno

La crisi inflazionistica presenta rischi concreti per la sostenibilità dei bilanci di famiglie e imprese, con effetti più allarmanti nel Mezzogiorno. Con riferimento alle famiglie, a subire maggiormente le conseguenze dei rincari della bolletta energetica e dei beni di prima necessità sono i nuclei a reddito più basso, per i quali l’incidenza dei costi “incomprimibili” arriva a coprire circa il 70% dei consumi totali. Queste famiglie sono maggiormente concentrate nel Sud Italia.

In base ai dati Istat 2021, infatti, una famiglia su tre residente nel Mezzogiorno si colloca nel primo quintile di spesa equivalente (presenta una spesa media mensile minore o uguale alla spesa media del 20% più povero di tutte le famiglie italiane). Nelle altre aree del Paese, la percentuale è nettamente inferiore. 

La maggiore esposizione delle regioni meridionali allo shock inflazionistico emerge anche da una stima del numero dei nuclei familiari a rischio povertà assoluta. La Svimez stima un bacino potenziale di 287 mila nuove famiglie (e 764 mila individui) in povertà assoluta. Un incremento che, declinato territorialmente, corrisponderebbe a un aumento dell’incidenza della povertà assoluta di 2,8 punti percentuali nel Mezzogiorno contro lo 0,4 del Nord e lo 0,5 del Centro. In valori assoluti al Sud sarebbero circa mezzo milione di poveri in più. Il risultato stimato per il Sud è spiegato essenzialmente dalla maggiore diffusione nelle regioni meridionali di famiglie più numerose (numero di componenti maggiore di 3) e con minori a carico per le quali il rischio povertà è segnatamente più elevato rispetto ai nuclei più ridimensionati. 

Nelle regioni meridionali oltre 826mila famiglie povere

Dopo due anni di pandemia, nel 2021, in Italia erano poco meno di 15 milioni le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale, definite come persone che vivono in famiglie che sperimentano almeno una delle tre condizioni fra bassa intensità di lavoro, rischio di povertà o severa deprivazione materiale: si tratta di una persona su quattro, il 25,4% del totale. Una percentuale molto elevata, che assume una rilevanza drammatica guardando al Mezzogiorno, dove la quota sale al 41,2%.

Le condizioni di maggior disagio sociale al Sud emergono anche dall’indicatore sulla povertà assoluta. A livello nazionale il numero di famiglie e individui assolutamente poveri nel 2021 è in lieve calo rispetto al 2020, tuttavia ciò è dovuto esclusivamente alle regioni del Nord, in particolare del Nord-Ovest. Nelle regioni meridionali si parla di oltre 826 mila famiglie povere e di 2 milioni 455 mila persone, rispettivamente 51 mila e 196 mila in più rispetto all’anno precedente.

Nel 2021 la povertà assoluta è più diffusa fra le famiglie più numerose, attestandosi in Italia all’11,6% per quelle con quattro componenti e al 22,6% per quelle con oltre cinque. Nel Mezzogiorno, i livelli sono ancora più elevati: una famiglia numerosa su quattro è povera (24,9% per le famiglie con cinque o più componenti), mentre raggiungono quota 14,3% quelle con quattro
componenti. Fra le famiglie di soli stranieri, l’incidenza della povertà è particolarmente alta e raggiunge quota 30,6% a livello nazionale, salendo al 37,6% nel Mezzogiorno. La presenza di minori incide in misura significativa sulla condizione di povertà: nel Mezzogiorno il 13,7% delle famiglie in cui è presente almeno un minore sono povere, contro l’11,5% medio italiano.

La situazione occupazionale

Nel Mezzogiorno la ripresa occupazionale è stata di bassa qualità, alimentandosi all’aumento della precarietà è tornata sui livelli pre-pandemia, in anticipo rispetto al Centro-Nord attestandosi su livelli comunque inferiori rispetto al 2008 (–2,9%), al contrario di quanto avvenuto nel Centro-Nord (+2,6%). Tra il 2008 e il 2021 le retribuzioni lorde in termini reali si sono ridotte di circa 9 punti al Sud e di circa 3 al Nord. 

In Italia, nel 2021 la quota di lavoratori dipendenti impegnati in lavori a termine da almeno 5 anni (che include quelli con contratto a tempo determinato e i collaboratori) si è attestata al 17,5% del totale dei lavoratori a termine. Il fenomeno della precarietà “persistente” non è tuttavia omogeneo su base territoriale. Nelle regioni del Mezzogiorno si raggiunge il valore massimo di quasi un lavoratore su 4 (23,8%, ma in calo di un punto percentuale rispetto al 2020), quasi 11 punti in più della quota che si registra al Nord (13%) e superiore di oltre 7 punti a quella del Centro. Tutto questo si traduce in una maggiore difficoltà delle persone a fuoriuscire dalla condizione di precarietà: nel 2020, ultimo anno disponibile, la quota di occupati precari (a termine e collaboratori) che a distanza di un anno trovavano un’occupazione stabile era al Sud particolarmente bassa, pari al 15,8%. Il valore nazionale era del 22,4%, salendo al 26,9% al Nord. Più precari e più a lungo, in sintesi: ciò si traduce in una maggiore percezione di insicurezza del lavoro nelle regioni meridionali. 

Lavoro: la questione femminile e giovanile nel Mezzogiorno

Il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno è molto lontano dalla media europea. In Italia il gap con l’Europa, di circa 10 punti all’inizio del secolo, è ulteriormente aumentato, avvicinandosi ai 15 punti nel 2022. Portando il confronto all’interno del Paese, è netto il divario tra i tassi d’occupazione femminile del Mezzogiorno e del Centro-Nord. In Italia sono circa 4 milioni, di cui circa 1,8 milioni nel Mezzogiorno, le donne più o meno vicine al mercato del lavoro ma che non vengono impiegate.

La peculiare carenza di domanda di lavoratrici nelle regioni meridionali è resa manifesta da valori intorno al 50% dell’indicatore a evidenziare che solo la metà delle donne potenzialmente disponibili a lavorare trovano occupazione.

Per quanto riguarda il tasso di occupazione giovanile, in Italia scende da valori superiori al 50%, vicini alla media europea nei primi anni Duemila, al 41% nel 2021, a più di 15 punti dal dato europeo. In Italia e ancor più nel Mezzogiorno, il problema dell’occupazione giovanile sembra essere la carente domanda, piuttosto che l’offerta. Nel Mezzogiorno, in particolare, sono circa 1,4 milioni i giovani under 35 più o meno vicini al mercato del lavoro che non trovano opportunità di lavoro stabili. 

La progressiva emarginazione dei giovani, anche istruiti, dai processi produttivi è confermata dalla dinamica crescente dei giovani NEET (Not in education, employment or training): per essi, la difficoltà di impiego si accompagna a un crescente scoraggiamento che li allontana dal mercato del lavoro e dal circuito dell’istruzione. L’incidenza dei NEET è circa doppia nelle regioni meridionali rispetto al Centro-Nord (35,1%, a fronte del 18,3%). Per le giovani donne meridionali si arriva al 40%.

I divari tra Nord e Sud nella filiera dell'istruzione: in Campania dati preoccupanti per servizi mensa e palestre

Tra i divari tra Nord e Sud - secondo i dati elaborati dalla Svimez - rimangono preoccupanti quelli nella filiera dell’istruzione. I servizi socio-educativi per l’infanzia sono caratterizzati dall’estrema frammentarietà dell’offerta e da profondi divari territoriali nella dotazione di strutture e nella spesa pubblica corrente utilizzata dalle amministrazioni locali. In Italia la percentuale dei bambini di età compresa fra i 3 e i 5 anni che frequenta una struttura educativa (93,2%) è più alta della media europea (89,6%).

Nella scuola d’infanzia, la carenza d’offerta a sfavore del Mezzogiorno riguarda soprattutto gli orari di frequenza. Nel Mezzogiorno è molto meno diffuso l’orario prolungato (offerto solo al 4,8% dei bambini); viceversa è più diffuso l’orario ridotto (20,1%) rispetto al Centro-Nord: 17,0% e 3,6% rispettivamente per orario prolungato e ridotto. Mentre nella scuola primaria la percentuale di alunni che frequenta a tempo pieno è più bassa nelle regioni meridionali (18,6%) rispetto al resto del Paese (48,5%).

Nel Mezzogiorno circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. In Campania se ne contano 200 mila (87%), in Sicilia 184 mila (88%), in Puglia 100 mila (65%), in Calabria 60 mila (80%). Nel Centro-Nord gli studenti senza mensa sono 700 mila, il 46% del totale. Circa 550 mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano scuole dotate di una palestra. Solo la Puglia presenta una buona dotazione di palestre mentre registrano un netto ritardo la Campania (170 mila allievi privi del servizio, 73% del totale), la Sicilia (170 mila, 81%), la Calabria (65 mila, 83%). Nel Centro-Nord gli allievi della primaria senza palestra corrispondono al 54%. Analogamente, il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado.

Popolazione, lo squilibrio demografico di un paese duale: l'emorragia di giovani dal Sud verso il Centro-Nord. In Campania indice di dipendenza demografica più contenuto

Negli ultimi venti anni, la popolazione italiana è cresciuta di 1 milione e 990 mila residenti, un dato che nasconde due tendenze territoriali contrapposte. Nel Mezzogiorno si è registrato un calo di oltre 673 mila abitanti a fronte di un aumento di 2 milioni e 663 mila residenti nel Centro-Nord. Il calo della popolazione nel Mezzogiorno, dovuto anche all’emigrazione interna verso le regioni del Centro-Nord, è stato solo in parte compensato dalle migrazioni internazionali.

Nel 2070 - secondo le stime - tutto il Paese sarà meno popolato e più vecchio. Tra il 2021 e il 2070, nel Mezzogiorno si concentrerà oltre la metà delle perdite nazionali, a fronte di una popolazione che pesa poco più di un terzo sul totale, determinando un deficit demografico aggravato dai flussi migratori verso il Centro-Nord. Il Sud da area più giovane diventerà la più invecchiata e perderà 6,4 milioni di abitanti contro i 5,1 milioni del Centro-Nord.

Il persistente dualismo economico e sociale del Paese ha alimentato un continuo flusso di emigrati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Con riferimento alla componente italiana dei residenti che emigrano, si può rilevare come dal 2002 al 2020 abbiano lasciato il Mezzogiorno quasi 2 milioni e 500 mila persone. Si è trattato, per oltre la metà, di giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, e per un quinto di laureati. Nel 2020, anno in cui si è osservato un calo generalizzato della mobilità interna dovuto al Covid-19, si sono trasferiti al Centro-Nord oltre 108 mila meridionali, 26 mila in meno dell’anno precedente.

La Lombardia è da sempre la regione di destinazione preferita da chi lascia una regione del Mezzogiorno (oltre il 27% del totale), segue l’Emilia-Romagna (17,3%) e il Lazio (15,9%). se ancora nel 2022 il Sud è la parte del Paese relativamente più giovane, questa condizione non sussisterà più (e in modo crescente) dal 2040. Tra le regioni del Mezzogiorno, la Campania (la «più giovane» nell’Unione) nel 2022 segna l’indice di dipendenza demografica più contenuto a livello nazionale, caratteristica che si conferma anche nel 2040 ma non per il Mezzogiorno.

Secondo le valutazioni della Svimez, l’Italia è nel pieno di una crisi demografica tra le più profonde e durature nell’ambito dei paesi del mondo occidentale. Ma gli effetti negativi più intensi si riscontrano e si aggraveranno nel Mezzogiorno. Le politiche da introdurre dovrebbero in primo luogo avere come obiettivo di medio termine l’innalzamento del tasso di fecondità a 2,1 figli per donna (un risultato che l’Italia non raggiunge dal 1976). Sul fronte della mobilità è necessario arrestare l’esodo dei giovani.

Le ricette della Svimez: dallo stop all'incremento dei prezzi all'attuazione del PNRR 

Come è possibile intervenire per impedire che il divario tra nord e sud torni ad aumentare? "Ci sono due interventi: uno di carattere congiunturale, per impedire che l’impatto dell’incremento dei prezzi, che riguarda in particolar modo alimentari ed energia, si scarichi sulle famiglie più deboli. Questo è uno degli elementi che caratterizza il Mezzogiorno e potrebbe aumentare la povertà. Il secondo intervento è il rilancio degli investimenti", ha spiegato il direttore generale della Svimez Luca Bianchi al Tg1 Economia.

Per la Svimez è cruciale mettere in sicurezza l’attuazione del PNRR, consolidandone la finalità di coesione economica, sociale e territoriale: "Abbiamo presentato una serie di proposte che riguarda soprattutto l’attuazione del PNRR; abbiamo parlato di politica industriale e di velocizzare gli investimenti infrastrutturali, a partire dal tema delle ferrovie. Le risorse questa volta ci sono, si tratta di mettere a terra gli interventi supportando le amministrazioni locali", ha concluso Bianchi parlando del Rapporto 2022. 

La storia della Svimez

La SVIMEZ - Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno - è un'associazione privata senza scopi di lucro il cui oggetto sociale è lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno al fine - come recita il suo statuto - di proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a sviluppare nelle regioni meridionali quelle attività industriali che meglio rispondano alle esigenze accertate.

Il problema della industrializzazione del Mezzogiorno è dunque posto dalla Svimez al centro della politica economica nazionale, nella convinzione che da esso non possa prescindersi se si vuole ridurre progressivamente, e alla fine eliminare, il divario con il resto del Paese. Tale impostazione è presente sin dall'inizio (la Svimez fu istituita il 2 dicembre del 1946) dell'attività dell’associazione; e a sostegno di una politica di industrializzazione furono chiamate a collaborare forze imprenditoriali, scientifiche e finanziarie dell'intero Paese in un'associazione che fosse espressione associativa di idee e di iniziative presenti nella società nazionale e che si assumesse il compito di condurre ricerche e di elaborare proposte in collaborazione con le autorità di governo, ma in condizioni di piena autonomia.

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