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Autobus in città

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Bus a Napoli, i più cari in Italia. E il servizio è scadente

Il Corriere del Mezzogiorno riporta i dati di Confartigianato: il deficit delle partecipate partenopee si ripercuote sui cittadini. Sempre più netto il divario tra Nord e Sud

Altra stangata per i cittadini all’ombra Vesuvio. Il trasporto pubblico napoletano sembra essere, nel suo complesso, il più caro d’Italia. Secondo i dati di Confartigianato, riportati da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera in un articolo in cui parla di questa situazione come di un nuovo “Capitalismo Municipale”, le società partecipate relative al trasporto urbano sono in devastante e costante perdita e farebbero pagare il deficit all’utente cittadino, con l’aggravante di offrire in cambio un servizio sempre peggiore. Insomma si paga di più e si ottiene sempre meno. I fatti accaduti di recente alla Circumvesuviana con corse soppresse, mancati pagamenti degli stipendi e biglietti in costante rincaro, quindi, non sarebbero che un pallido esempio della gravità della situazione.

Come spiega la giornalista Simona Brandolini sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, in realtà la questione trasporti non è un’eccezione nella nostra città: basti pensare alla questione della Tarsu. La nostra è infatti la tassa sui rifiuti più cara d’Italia (circa il 48 % in più rispetto alla media nazionale) nonostante il servizio sia innegabilmente il peggiore e ci sia uno stato di crisi continuo. Per tornare ai trasporti invece in dato segnalato è questo: "il costo medio per un chilometro di percorso urbano in Campania raggiunge i 7,14 euro, 2,39 euro in puù rispetto alla Lombardia, 3,8 euro in più rispetto al Veneto e quasi il quadruplo rispetto all'Umbria." Insomma, Napoli appare da questo studio la città in cui la spesa pubblica pesa maggiormente sul PIL procapite, una città in cui, solo per fare l’ennesimo esempio, le dirigenze delle 19 aziende comunali, sono costate più di un milioni 365 mila euro nel solo anno in corso.

Ma torniamo ai dati di Confartigianato riportati da Rizzo, dai quali si evince (c’è da sottolineare) che c’è un netto divario tra nord e sud della nostra penisola: al nord queste partecipate sarebbero in costante attivo “Nella provincia di Trento le aziende pubbliche locali rappresentano ormai il 13, 3 % del Prodotto Interno Lordo, avendo aumentato in un decennio il proprio peso di ben 8,6 punti. In Valle D’Aosta il loro contributo all’economia ha raggiunto l’11,3 % (+8,3 punti), in Liguria e nel Friuli Venezia Giulia l’8,2%, nella provincia di Bolzano il 7,2%, in Emilia Romagna il 6,9 % e il Lombardia il 6,1 %”. Le partecipate del sud invece risultano praticamente tutte in perdita e come se non bastasse mentre quelle del nord diminuivano man mano i costi del personale del 5,8 % , quelle del sud lo aumentavano del 14, 6 % (tre assunzioni in più mediamente per ogni partecipata).


Tutto questo sembrerebbe suggerire che la risposta al problema siano le liberalizzazioni, in realtà il sistema delle partecipate potrebbe funzionare benissimo e portare ricchezza e la cosa pubblica può e deve restare pubblica, ma ad entrare in gioco alle nostre latitudini sono troppi i fattori degenaranti, come il clientelismo. Un sistema marcio che potrebbe diventare virtuoso anche qui da noi, se finalmente si deciderà di invertire la rotta e cambiare le carte in tavola, a cominciare dai trasporti: troppe aziende e troppe dirigenze

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