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Serapide, il tempio che in realtà era un mercato

A Pozzuoli il luogo utilizzato fino agli anni '80 per misurare il bradisismo: il nome "errato" deriva dal ritrovamento di una statua del dio

Tutti lo chiamano Tempio di Serapide, in realtà era un macellum, cioè un mercato pubblico non lontano dall’emporium della città romana. Si trova a Pozzuoli, a pochi metri dal porto, ed è uno dei simboli del bradisismo dell’area flegrea, che provoca l’innalzamento e l’abbassamento del livello del suolo, come è visibile dalle tre colonne più alte che fino al 1983 sono state il principale strumento di misurazione del fenomeno. Le tre colonne infatti mostrano fori di “litodomi” – i cosiddetti datteri di mare che vivono a pelo d'acqua - fino ad un'altezza di 6,30 metri, livello che attesta la massima sommersione bradisismica subita dai Campi Flegrei, avutasi in epoca medievale. L'acqua visibile oggi è dovuta ad una sorgente termale sottostante (detta del Cantarello) - è probabile tra l'altro che l'area in origine ospitasse delle terme - e alle precipitazioni atmosferiche.

La struttura si sviluppa entro un'area rettangolare di 75 metri di lunghezza e 58 metri di larghezza: il nucleo originario dell’edificio sembra essere di età flavia, anche se il lato settentrionale dell’aula absidata e la tholos recano i segni di un rifacimento più tardo, probabilmente del III secolo d.C. L’area venne alla luce nel XVIII secolo, durante una fase di bradisismo positivo, sotto il regno di Carlo III di Borbone. Il nome con cui tutti oggi conosciamo il monumento è dovuto al fatto che nell’area, durante alcuni scavi di metà del Settecento, fu ritrovata una statua del dio Serapis, divinità protettrice del commercio. Vi si accede dal lato sud-occidentale dell’edificio, in direzione dell’antica zona portuale, mentre il lato opposto è articolato da un’ampia esedra: lo dimostra la presenza di quattro colonne più grandi (ne restano in piedi solo tre), alle quali si affiancano alcuni ambienti di servizio e due grandi latrine.

La costruzione si sviluppa intorno ad un grande cortile centrale a pianta quasi quadrata, circondato da un portico dal quale si accedeva alle botteghe – le tabernae -, formato da trentasei colonne di granito grigio sormontate da capitelli corinzi decorati da conchiglie contenenti piccoli delfini. Al centro della corte, pavimentata in marmo, la grande tholos (edicola a pianta circolare), con struttura muraria in opus latericium rivestita di lastre marmoree e dotata di una grande fontana ottagonale. In alcune nicche furono rinvenute due basi di statue con iscrizioni in onore di Alessandro Severo e di sua moglie Barbia Oriana, la statua di Serapide, i gruppi di Oreste ed Elettra e di Dioniso con il Fauno.

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