SOGLIE: la risposta artistica della fotografa Martina Esposito alla quarantena

“Questa stanza non ha più pareti" e il mondo esterno 'entra' in casa: un progetto di 'resistenza' artista a questo periodo storico senza precedenti

Le limitazioni alla quotidianità sono ormai parte integrante della nostra vita, in questo periodo di quarantena dovuto all’emergenza sanitaria in corso. Le attività che scandivano la nostra precedente «normalità» non torneranno a essere quelle di sempre neanche dal 4 maggio in poi e assumeranno nuove modalità. 
Il mondo si è fermato, eppure la vita continua, deve continuare. 
Si riparte, dunque, ma dovendo necessariamente reinventarsi, in nome della responsabilità e della tutela del prossimo, in particolare del più debole.

SOGLIE è vera e propria “Resistenza” ed è la risposta artistica di Martina Esposito ai diari di quarantena scanditi durante l’emergenza COVID-19: vedute dai balconi, mascherine, cadaveri. Una risposta ad un immaginario teso, che ormai penetra le nostre abitudini visive. “Le pareti della mia casa cominciavano a farsi strette e pesanti, come mai le avevo sentite prima. Abito in un appartamento piuttosto piccolo, al primo piano, e ho le sbarre alla finestra” commenta Martina Esposito promettente fotografa partenopea “Ho ascoltato «Il cielo in una stanza» e dal verso «questa stanza non ha più pareti»: ecco l’idea, una visione. Ho trasformato le mura che ci rinchiudono, nel mondo che c’è fuori, quel mondo in cui vogliamo tornare. Tecnicamente stanze, corridoi, sono diventate camere oscure.  Ho oscurato porte e finestre e ho praticato un foro stenopeico nell’impalcatura creata per coprire la finestra, la fisica ha fatto il resto. La scoperta della camera oscura è antica, e meravigliosa. Dal foro stenopeico la luce proietta sulle pareti la vita che c’è fuori, che non si è fermata. Ho usato poi uno specchio ellittico per creare dei riflessi.”

Dopo aver intrapreso la facoltà di Ingegneria della Federico II e successivamente un percorso di studio musicale, l’artista ha trovato nella fotografia il mezzo comunicativo per eccellenza fino ad entrare nel 2018 nell’Accademia di Belle Arti di Napoli per il corso di Fotografia, Cinema e Televisione.
L’esordio nel 2015 è caratterizzato dalla fotografia di Musica Live, da cui si allontana quasi totalmente in cerca di qualcosa che esprimesse meglio il suo punto di vista sul mondo.
Diversi i progetti della fotografa: tutti reportage, con focus sul sociale, come “Tra le Braccia di Salmace” che racconta di 4 donne transessuali attraverso la mitologia greca, presentato a al Setup Contemporary Art Fair di Bologna e vincitore del premio per la fotografia nel 2018. Nel 2019 invece “L’uomo del non luogo è un criminale in potenza” racconta la realtà rom del campo di Secondigliano, e traccia le architetture e gli stereotipi che si sono costruiti nei secoli su questo “popolo di nomadi”.

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Quello che invece racconta SOGLIE, è molto di più della necessità di mantenere un contatto col mondo esterno. L’evasione che fa da spinta al progetto è totale: riguarda lo spazio domestico, le abitudini che abbiamo imparato a considerare scontate, la condizione della generazione senza futuro per eccellenza (i millennials).  Il “fuori” e il “dentro” diventano un universo, unico e simbiotico per sottrarsi all’annichilimento.
Il titolo scelto per il progetto fotografico fa quindi riferimento ai confini che abbiamo costruito dentro di noi e a quelli oggettivi che ci limitano dall’esterno. La parola soglia ha infatti molti significati: la soglia percettiva, la soglia come inizio, come confine tra due mondi, la soglia di sopportazione, una scelta quella del titolo generata in modo assolutamente naturale. 
SOGLIE parla di ciò che inizia e di ciò che finisce, ciò che separa e che, inaspettatamente, riunisce. 
La forza di quest’idea è paradossalmente il lockdown stesso, e già professionisti del settore e dell’ambito artistico hanno “subito” il fascino di questo processo creativo. Le pareti non sono più sterile perimetro, smettono di essere i confini di una prigione, regalando all’osservatore un senso meraviglioso di libertà e liberazione; un’emozione di cui, adesso più che mai, si ha disperatamente bisogno.
L’ambizioso progetto vuole dare una visione alternativa del mondo a cui apparteniamo nei suoi aspetti sempre evidenti ai nostri occhi ma allo stesso tempo più nascosti. Un’introspezione unica e tutta nuova che passa attraverso la realtà esterna che è sempre parte di noi, ma che in questo momento ci appare più che mai lontana.

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