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Sabato, 3 Dicembre 2022
Cultura

Sergio Rubini: "A volte bisogna tradire il teatro per aprirlo alla contemporaneità"

Intervista all’attore e regista che insieme a Luigi Lo Cascio porta al Teatro Bellini un ricercato adattamento teatrale del Dracula di Bram Stoker dove non manca la multimedialità

Sergio Rubini è tra i più apprezzati interpreti del cinema italiano. Indimenticabili sono le collaborazioni con premi Oscar come Fellini, Tornatore, Antony Minghella. Artista poliedrico, capace di passare con disinvoltura dal dramma alla commedia come dimostrano film come "Una Pura Formalità", "Manuale d’amore" e "I Moschettieri del Re". Rubini ha poi compiuto anche il passaggio dietro la macchina da presa, dimostrando le sue capacità tanto come attore quanto come regista, basti pensare a "Il Grande Spirito", un action movie nel quale denuncia lo scempio dell'Ilva, invitando a difendere l'ambiente. Ora è il momento del ritorno in teatro con il suo adattamento di "Dracula" di Bram Stoker, che fino al 26 gennaio sarà in scena al Teatro Bellini con Luigi Lo Cascio.

Si tratta di una messa in scena laica, fuori dagli stereotipi iconici con denti aguzzi e pipistrelli con cui in genere è rappresentato l’aristocratico vampiro. Dracula, in questo caso, assume una valenza simbolica, con la scelta di renderlo silenzioso e di farlo circolare tra la platea come una mefistofelica presenza. Lo spettacolo preferisce puntare sull’aspetto psicologico, indagando sulla paura del male che appartiene all’essere umano. Per farlo Rubini propone un allestimento con battute fulminee, che oscilla tra l’incantesimo e gli effetti speciali. Sua perfetta metà scenica è Luigi Lo Cascio, reduce dal successo de "Il Traditore" di Marco Bellocchio. 

Sergio, dopo "Delitto e Castigo" si ritorna in scena con un altro caposaldo: "Dracula" di Bram Stoker. La scelta di ritornare alla letteratura potrebbe rappresentare un ciclo da esplorare in teatro?

"Sì, io mi avvicino al teatro proprio per esplorare. La maggior parte della mia carriera l’ho fatta nel cinema, per cui per me lo spazio teatrale rappresenta un luogo di ricerca, di sperimentazione dove si può rischiare. Mi ha affascinato la possibilità di mettere le mani sui libri per poterli smembrare e ricomporre. Ecco quindi un altro adattamento che Carla Cavalluzzi e io abbiamo riscritto, in cui in qualche modo ritorna l’inquietudine, anche se quella di Dostoevskij e quella di Stoker sono molto diverse. In Dracula c’è il sottosuolo, è la nostra parte scura e la cosa che mi piaceva nel libro di Stoker è la metafora sulla malattia mortale che può colpire tutti terrorizzandoci". 

Cosa la attraeva della metafora di malattia che c’è appunto in Dracula? 

"Il fatto che in fondo Dracula sia uno straniero, anche se è la nostra zona d’ombra. E mi ha affascinato anche il fatto che Stoker ha tratto la paura e l’ignoto, avendo percepito che ci fosse qualcosa su cui la scienza ancora non era arrivata e che avrebbe dovuto fare. Teniamo a mente che Stoker scrisse il libro prima dell’arrivo di Sigmund Freud e della psicanalisi". 

Rispetto al romanzo di Stoker, Jonathan, interpretato da Luigi Lo Cascio, è ancora più protagonistaincarnando il senso di cambiamento che è presente nella storia

"Questo è anche un libro di formazione. I più ricordano la versione cinematografica del ’92 di Francis Ford Coppola ma nel suo film ci sono solo delle parti selezionate dal libro. In realtà, il romanzo di Bram Stoker nella sua interezza non potrebbe mai essere rappresentato in teatro e al cinema perché al suo interno racconta una marea di storie e Jonathan Harker nel romanzo è solo in parte il protagonista, mentre nel nostro spettacolo è il protagonista assoluto. All’inizio Jonathan è un giovane avvocato immobiliarista, innamorato della moglie Mina, sorridente e anche ironico, che poi nell’arco del racconto vive cose terribili che lo trasformano non solo in un uomo, ma anche in un mozzatore di teste. Con il personaggio di Lo Cascio analizziamo come il dolore formi gli uomini rendendoli anche virili. Questo aspetto a noi è piaciuto e per questo lo abbiamo messo ancora più a fuoco".

Dopo il film "Mio Cognato" e l’adattamento di "Delitto e Castigo", ritorna a lavorare con Luigi Lo Cascio…

"Mi piace lavorare con Luigi. Lui e io ci siamo scelti. Dopo 'Delitto e Castigo' abbiamo deciso di fare Dracula perché il nostro è uno sceglierci quotidiano, un po' come dovrebbe essere in amore". 

Cosa scopre ogni giorno di più interpretando Van Helsing?

"E’ descritto come un uomo di scienza dalla mente molto aperta, ma in realtà è uno spiritista in un’epoca dove non si sapeva dell’esistenza dell’inconscio. Anzi, riprendendo il discorso di prima, possiamo dire che fa parte un po' della paleontologia della psicanalisi. Vede, anche per noi è uno spettacolo molto complesso. Ogni sera, alla fine dello spettacolo, regaliamo una prospettiva catartica".

E’ uno spettacolo molto potente anche visivamente. La potenza di un racconto di questo tipo è più forte oggi per il pubblico teatrale?

"Dracula al cinema l’abbiamo sempre visto in versione canonica. Il nostro è un Dracula laico. In teatro funziona perché potrebbe sembrare quasi impossibile portare un testo di questo tipo ma il bello del teatro sta proprio in quella impossibilità. Se uno il palcoscenico lo vede come un limite, allora è bene starci lontano. Quando il teatro diventa evocativo, tutto si può portare dalle tempeste alle battaglie. Io penso che il palco sia legato al mondo ed è in grado di solleticare la fantasia del pubblico. Il teatro per me è come una scatola magica dove si può entrare e io lo faccio usando strumenti tecnici. A me piace un teatro che sia anche multimediale e non ho nessuna remora nell’utilizzo del digitale. Non credo nella ‘musealità’ del teatro che rischia di essere la sua morte. A volte bisogna tradire il teatro per aprirlo alla contemporaneità e l’effetto live funziona tantissimo oggi". 

Qual è l’attualità di Dracula?

"Secondo me sta nel vedere come l’uomo affronta il mistero della malattia facendoci capire che fa parte della vita. Bisogna avere la consapevolezza che va affrontata come tutte le lotte che fanno parte della nostra esistenza come portare il pane a casa o crescere i figli. E’ una parte umana che fa parte di noi ma che noi pensiamo che sia qualcosa di estraneo al di fuori di noi, come, appunto, è considerato Dracula". 

Cinema e quest’anno molta tv, sia con la seconda serie de "La Strada di Casa" che con lo show di Rai2 "Maledetti amici miei", ma in teatro ci ritorna sempre appena può…

"Avendo frequentato l’Accademia Nazionale Silvio D’Amico io mi sono formato in teatro. Il mio produttore, Marco Balsamo, mi ha convinto facendomi capire che il teatro potesse essere un posto in cui rigenerarsi, ricco di scambi con altri attori come Luigi. E’ un luogo dove si può partire per immaginare un film e una serie. In teatro ci si può anche tornare dopo aver girato un film, a volte portandolo anche in scena come è accaduto con la trasposizione teatrale della mia pellicola "Dobbiamo Parlar"e. Per fortuna la dicotomia che anni fa c’era tra cinema e teatro è venuta a cadere e oggi sono contigui".

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