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Sapete perché si dice “Sì ‘nu samenta”?

Si tratta di una bruciante offesa napoletana rivolta, in modo becero e volgare, ad una persona da poco e di spregevole considerazione

Perchè si dice “Si nu sementa”? A spiegarcelo è il libro “Come se penza a NNapule. 2500 modi di dire napoletani", commentati da Raffaele Bracale e a cura di Amedeo Colella.

Offesa bruciante rivolta indifferentemente, in modo becero e volgare, ad uomo o donna ritenuti persona da poco e di spregevole considerazione, e ciò o per loro connaturati pessimi indole o costumi e/o cattiveria se non malvagità di comportamento. E’ questo un vocabolo invariabile che è usato senza mutazione di desinenza, ma solo con cambio di articolo sia per il maschile (sì ‘nu samenta) che per il femminile (sì ‘na samenta). “Samenta” ha come significato primo “cloaca”, dòtto fognario ed estensivamente “cesso”, e tali son catalogati, per traslato offensivo, gli uomini e le donne così come indicati dinanzi. Spesso il vocabolo in epigrafe, usato quale dura offesa, è addizionato di un pleonastico, ma suggestivo, icastico specificativo diventando: “‘nù o ‘nà sementa ‘e mme.da!”.

Passiamo ora all’etimo di “samenta”, sfuggendo subito alla tentazione di collegarlo a samente(m) (da semen/tis la cui parvità potrebbe avere ingenerato l’errore di collegamento alla pochezza caratteriale degli individui bollati con la voce in epigrafe), e abbracciando, invece, l’idea che “samenta" si possa ragionevolmente collegare al nome dell’isola greca di Samo, famosa per la gran produzione di manufatti in terracotta, produzione tanto vasta, per cui - per indicare un’azione inutile e incoerente - s’usò in passato dire: “Portare vasi a Samo”. Per comprendere il perché della scelta, occorre tener presente che olim gli invasi delle cloache, i dòtti fognari e i manufatti similari non erano di piombo, ma erano fabbricati in terracotta alla maniera dei manufatti samensi. Dal samens e il suo derivato samentum/samenta latini (con cui si indicavano i prodotti in Samo) al napoletano samenta il passo è breve, come è breve il passaggio dal dòtto fognario, dal cesso al carattere escrementizio di talune donne e/o uomini, che, altrove, ma con medesima valenza dispregiativa, sono detti “chiaveca” che come l’esaminata samenta, indica in napoletano il condotto collettore delle acque scure, quel collettore che convoglia edindirizza al mare, assieme ad altri rifiuti, ogni esito fisiologico. Etimologicamente la parola “chiaveca” è da un basso latino clàvaca (clàuca, per il classico cloàca).

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