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Foto di Chiara Di Martino

Foto di Chiara Di Martino

Raimondo di Sangro, la leggenda inizia dal palazzo in cui visse (e morì)

Non solo Cristo Velato: anche l'appartamento di vico San Domenico, a due passi dalla Cappella, conserva dei piccoli misteri

È, come spesso accade per la storia di Napoli, Benedetto Croce uno dei primi a raccontare le tante leggende che aleggiano da secoli su Raimondo di Sangro, più conosciuto come il Principe di Sansevero, nato a Torremaggiore (nelle Puglie) nel 1710 e rampollo d'un casato discendente da Carlo Magno. Morta la madre e allontanatosi il padre, Raimondo venne affidato, ancora bambino, alle cure del nonno Paolo, residente a Napoli, nel palazzo di famiglia fatto costruire nel XVI secolo a vico san Domenico Maggiore e dove oggi campeggia una targa commemorativa posta dal Comune nel 2010.

Inventore, alchimista, militare, accademico e chi più ne ha più ne metta. La figura del principe di Sansevero, vera icona dei misteri partenopei, è nota soprattutto per le leggende che circondano il mausoleo di famiglia, cioè cappella Sansevero, che abbellì raccogliendo e commissionando statue barocche, delle quali la più celebre è senza dubbio il Cristo velato (capolavoro di Giuseppe Sanmartino). Ma prima ancora di arrivare ai miti legati alla Cappella, le voci su Raimondo di Sangro oggi iniziano dal palazzo in cui visse e morì (a causa di una malattia dovuta alle sue “chimiche preparazioni”, nel 1771). Benedetto Croce, infatti, riferisce di un’altra “leggenda diabolica” legata al palazzo, che Raimondo di Sangro aveva fatto abbellire con decorazioni e fatto ampliare facendo costruire il cavalcavia con orologio che collegava il palazzo direttamente con la cappella (posizionata poco più su, in Via Francesco De Sanctis). Così scrive il filosofo riferendosi all’edificio dalla facciata cinquecentesca: “parve castigo del cielo il crollamento di gran parte di esso, che, annunziato lungo la notte da strani rumori, accadde una mattina del settembre del 1889”. In realtà, nella notte del 28 settembre, a causa di infiltrazioni d'acqua crollò proprio la parte del palazzo dove era stato edificato il cavalcavia. Prima del crollo, tra l’altro, in un'ala del palazzo vi erano decorazioni pittoriche di Belisario Corenzio, perse irrimediabilmente.

Anche sulla morte di Raimondo di Sangro, avvenuta nello stesso palazzo, Croce racconta un ulteriore aneddoto: “Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia che egli aveva procurato di tenere all’oscuro di tutto, cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”. 

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