Sapete perchè si dice “Paré 'a sporta d''o tarallaro”?

L’espressione è usata nei confronti di chi, per lavoro o per motivi personali, si sposta continuamente come faceva, un tempo, il venditore di taralli

Perchè si dice “Paré 'a sporta d''o tarallaro”? A spiegarcelo è il libro “Come se penza a NNapule. 2500 modi di dire napoletani", commentati da Raffaele Bracale e a cura di Amedeo Colella.

Letteralmente “Sembrare la cesta del venditore dei taralli”. La locuzione è usata innanzi tutto per indicare colui che, per motivi di lavoro o di naturale instabilità, si sposti continuamente, come appunto un venditore di taralli che con la sua cesta, per smaltire tutta la merce fa continui lunghi giri. C'è poi un'altra valenza della locuzione. Poiché gli avventori di taralli son soliti servirsi con le proprie mani affondandole nella cesta colma di taralli, per scegliere a proprio piacimento, alla stessa maniera c'è chi consente agli altri di approfittare e servirsi delle sue cose, o di se stesso, ma lo fa piú per indolenza che per magnanimità.

A margine di questa espressione possiamo ricordare quello che fu uno degli ultimi, se non certamente l’ultimo venditore girovago di taralli, che si vedeva tra gli anni ’50 e ’60 del 1900 percorrere in lungo e largo la città di Napoli armato della sua ballonzolante cesta colma di taralli, cesta mantenuta con l’epa e sorretta da una correggia di cuoio poggiata sul collo. Questo venditore girovago sempre allegro se non addirittura ridanciano, che rispondeva al nome di Fortunato era un vecchio ometto piccolo e grassoccio con delle gambette arcuate, nascoste da certe consunte braghe d’un color indefinibile che, in origine, non dovevano essere state sue: erano infatti troppo larghe e sbuffanti; indossava nei mesi primaverili ed estivi una maglietta di cotone bianco a mezze maniche e portava sul capo un berretto a caciottella di panno bianco, del tipo di quelli indossati dai marinai sulle divise da fatica; d’inverno sostituiva la caciottella bianca con uno zucchero di lana a più colori ed infilava sulla solita maglietta di cotone bianco a mezze maniche, una sdrucita giacchetta del medesimo indefinito colore delle braghe, giacchetta che, anch’essa in origine, non doveva essere stata sua: troppo larga, sbuffante; completava l’abbigliamento invernale una unta e bisunta sciarpa di lana a più colori ch’egli portava come un sacerdote porta la stola e che gli incorniciava il viso segnato dal tempo con una ragnatela di rughe profonde, ma sul quale tuttavia brillavano due occhi vivaci e talvolta addirittura lampeggianti. La piega amara (angoli all’ingiù) della bocca sdentata completava il disdegno del volto di questo vecchio omettono che si annunziava di lontano con una sorta di squillante, musicale cantilena: Furtunato tène ‘a rrobba bbella! ‘Nzogna, ‘nzo’! E quale era mai la roba bella sottolineata da quello: ‘Nzogna, ‘nzo’ ? Ma è chiaro che si trattava dei suoi gustosissimi, croccanti taralli ‘nzogna e ppepe, impreziositi da tantissime mandorle ben tostate, taralli ancóra caldi (li portava in giro protetti sotto una doppia coltre di tela di sacco). Poi passarono gli anni ed un giorno, anzi un brutto giorno improvvisamente non si sentì piú quella squillante, musicale cantilena. Con ogni probabilità Fortunato aveva esteso il suo giro ed era passato a proporre a San Pietro ed a tutta la corte celeste i suoi taralli ‘nzogna e pepe, bisognava, quinsi, rassegnarsi a cercare altrove i taralli che Fortunato non avrebbe piú venduto. Ma a sostituirlo, si aprì, a pochi passi dall’Orto Botanico, la bottega di don Leopoldo Infante. Furtunato teneva ‘a rrobba bbella? Ma don Liopoldo nun s’’o vedeva proprio!

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