Sapete perché si dice “Fà ‘o spallettone”?

Con questa espressione si vuole indicare il saccente, il millantatore, colui che si erge a dotto e maestro, ma non ha né la cultura né il carisma necessari per essere preso in seria considerazione

Perchè si dice “Fà ‘o spallettone”? A spiegarcelo è il libro “Come se penza a NNapule. 2500 modi di dire napoletani", commentati da Raffaele Bracale e a cura di Amedeo Colella.

Espressione letteralmente intraducibile in quanto in italiano manca un vocabolo unico che possa tradurlo. Ciò premesso, esiste, o meglio, esistette fino agli anni ’60 dello scorso secolo, a Napoli un vocabolo che, nel parlare comune, conglobava in sè tutto un vasto ventaglio di significati. E’ il vocabolo in epigrafe che si fa fatica a spiegare essendo tante le sfumature che esso ingloba. In primis possiamo dire che con questo vocabolo si indica il saccente, il supponente, il sopracciò, il millantatore, colui che anticamente era definito “mastrisso” ovvero colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non aveva né la cultura, nè il carisma necessari per essere preso in seria considerazione. Piú chiaramente, possiamo dire, per considerare le sfumature che delineano il termine in epigrafe, che vien definito “spallettone” chi fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specie di quelli altrui, problemi che lo “spallettone” dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli, che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma sono frutto della propria saccenteria. L’economia nazionale? Lo “spallettone” sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui, mai dei propri!? Lo "spallettone", a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli. E cosí via, non v’è cosa che abbia segreti per lo “spallettone” che, specie quando non sia interpellato, si offre e tenta di imporre la propria presenza dispensando a iosa consigli non richiesti che - il piú delle volte - comportano, in chi li riceve, un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che, va da sé, finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello “spallettone”.

E passiamo ora all’origine etimologica del termine in epigrafe: essendo il sostrato di “spallettone” la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di ritrovare l’etimologia del termine che - a mio avviso - si è formato sul verbo “parlettià” (ciarlare) con la classica protesi S non eufonica, ma intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo ONE. Per concludere potremo definire cosí lo “spallettone”: ridicolo millantatore, becero, vuoto, malevolo dispensatore di chiacchiere, da non confondere però con il "pettegolo" che è altra cosa e che in napoletano è reso con un termine diverso da spallettone e cioè con “parlettiere”. Il termine esaminato è esclusivamente maschile, esiste però un corrispondente termine femminile con i medesimi significati del maschile: “cciaccessa”, correttamente scritto con la geminazione iniziale della C. L’etimo è sconosciuto, ma penso, anche per questa parola, che il sostrato di un vuoto parlare possa essere un derivato formatosi su di un iniziale ciarlare (ciacciare, donde cciaccessa).

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