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Sabato, 27 Novembre 2021
Cultura

La lunga corsa verso gli Oscar di Napoli Eden

Il documentario sul percorso dall’artista napoletana Annalaura di Luggo nella creazione di opere d’arte in alluminio riciclato, realizzate con alcuni ragazzi dei Quartieri Spagnoli entra nella lista delle opere che potrebbero essere candidate al premio cinematografico più ambito

Le storie di riscatto sociale, dove non manca la testardaggine di un eroe anticonvenzionale per portare avanti un sogno, hanno sempre fatto conquistare un Oscar. Ingredienti che funzionano sempre e che anche per Napoli Eden potrebbero andare bene, infatti, il documentario sull’artista napoletana Annalaura di Luggo diretto da Bruno Colella, supera la difficilissima barriera d’ingresso al concorso degli Academy Awards ed entra nei titoli in gara agli Oscar 2021 come miglior “Feature Documentary”, correndo verso le nomination dell'Academy che saranno annunciate il 15 marzo 2021.

Un traguardo raggiunto per la caparbietà di Annalaura di Luggo, che è anche produttrice del film documentario insieme ad Annydi Productions: ha voluto che il film documentario che racconta il suo viaggio creativo nell’ideazione e creazione di 4 opere d’arte monumentali in alluminio riciclato, realizzate con la partecipazione di alcuni “scugnizzi” dei Quartieri Spagnoli posizionate in luoghi simbolici di Napoli durante il Natale 2018 arrivasse a Hollywood è così è stato.

La tenacia di realizzare Napoli Eden non è circoscritta al documentario, ma viene da lontano, quando Annalaura arriva nel cuore dei Quartieri Spagnoli con un progetto artistico per porre l’attenzione sulla necessità di salvaguardare l'ambiente per una rinascita etica e culturale facendo leva sull'inclusione sociale dei ragazzi del quartiere.

La Storia

A priva vista Annalaura di Luggo sembra strampalata quando propone il suo progetto artistico basato sulle installazioni di 4 sculture realizzate interamente con l'utilizzo di scarti di alluminio riciclato per posizionarle in altrettanti luoghi simbolici di Napoli: Piazza Municipio, Galleria Umberto I, Largo Santa Caterina e Largo Baracche. Nessuno sembra capirla né le istituzioni a cui cerca di spiegare il suo progetto né gli artisti che via via incontra (molti i cammei come Nino Frassica, Enzo Gragnaniello ed Eugenio Bennato, il quale ha anche composto la colonna sonora del film).

Le cose non migliorano quando arriva ai Quartieri Spagnoli. Gli abitanti del quartiere sono incuriositi da questa buffa donna che all’inizio credono essere una dottoressa che fa visite oculistiche gratis poiché gira per i vicoli con la sua speciale macchina fotografica dove scatta le iridi delle persone per una sua storica ricerca artistica legata agli occhi e alla fotografia.

Le cose cambiano quando incontra i ragazzini del laboratorio “Miniera” i quali raccolgono vecchi giocattoli ed altri rifiuti abbandonati accanto ai cassonetti della città, trasformandoli poi in sorprendenti sculture, sotto la guida del loro maestro-falegname, Salvatore Iodice. Annalaura, che per costruire le sue opere gira per i depositi in cerca di scarti scintillanti di alluminio, trova affinità con il gruppo di Miniera che immediatamente coinvolge nella creazione delle sue gigantesche opere.

Due Napoli a confronto

L'amore per il riciclo degli oggetti capaci di trasformarsi in tutto viene dall'infanzia della di Luggo raccontati da momenti onirici in questo documentario che ha una struttura narrativa sui generis in cui emergono il contrasto fra due mondi paralleli, la visione di Napoli di un’artista e la realtà dei ragazzi che vivono nei vicoli dietro via Toledo, lanciando un messaggio di inclusione e unione che avviene attraverso l’arte.

L’intervista ad Annalaura di Luggo

Di Luggo, come sta andando la Campagna verso l'Oscar?

“È divertente perché la vedo come una marcia, nel senso che siamo partiti in pochi e adesso si è esteso a macchia d’olio diventando un progetto di tutti. Napoli Eden è un progetto della città diventando anche simbolo di un cambiamento che si fa portavoce nel mondo. Si parte da Napoli ma abbatte ogni confine geografico. Oggi approda a Hollywood ed è straordinario. Io sono estranea al mondo del cinema ma c’ho messa tutta me stessa. Spero che per gli altri Napoli Eden sia un momento di confronto, capendo che tutti ce la possono fare”.

Adesso che state familiarizzando con quest'idea che il 25 aprile potreste stare nella rosa dei candidati dell'Academy, cosa speri che arrivi dalla storia del vostro lavoro?

“Napoli Eden viene dalla voglia di dare un contributo alla salvaguardia dell’ambiente includendo, allo stesso tempo, i ragazzi i quali vanno motivati. Li ho sempre sostenuti per spronarli, infatti, in passato ho fatto un’installazione multimediale permanente con i ragazzi del Carcere Minorile di Nisida testimonianza del mondo dei ragazzi che si trovano lì andando oltre il pregiudizio nei loro confronti. Da quel lavoro è nato il forte desiderio di andare in strada per conoscere i ragazzi stimolandoli verso obiettivi diversi includendoli in un progetto artistico. In alcuni momenti io sono stata la più Lazzara ma è stata una gioia essere il loro capitano nella creazione di queste sculture. Sì, mi sono sentita il capitano di una squadra che li guida per portarli alla vittoria. Spero che diventi un simbolo positivo. Basta con le immagini dei ragazzi dei Quartieri Spagnoli, viste in chiave negativa. Non ci sono sempre e solo pistole. Bisogna mettere al centro contenuti che valorizzino i giovani come eroi positivi”.

Vi aspettavate questo percorso verso le nomination?

“Era un mio desiderio ed essendo molto volitiva e ogni volta che mi metto in testa una cosa, anche se può sembrare impensabile e fuori dagli schemi, ci sono arrivata. Quando ho detto che avrei portato questo film agli Oscar tutti mi hanno riso in faccia. Mi hanno preso in giro perché nessuno ci ha creduto. Io ho continuato a perseverare. La validità di un’idea dipende da come si porta avanti e anche dai motivi che spingono a continuare, quando poi questi motivi poi sono anche innovative e ribaltano uno schema ci vuole poi un momento di assestamento, infatti è passato molto tempo tra la presentazione del progetto artistico alla corsa che stiamo facendo verso l’Oscar. Nonostante il percorso verso gli Oscar sia indipendente, sono felice di dire che adesso è un progetto collettivo dedicato a tutte quelle persone che credono in una Napoli diversa.”

Non mancano l'ironia e momenti di comicità: sei raccontata come una Bridget Jones napoletana per come le persone ti osservano restando disarmati dalla lucida follia della tua creatività.

“(Ride ndr) La perplessità attorno la mia figura è stata una delle cose più adrenaliniche ed esilaranti che mi siano capitate. Compreso mio marito mi ha confessato che spesso non riesce a capire le idee che mi vengono in testa. Ed è davvero capitato. Del resto, l’artista è un visionario e deve avere delle idee fuori dal comune che non tutti, di primo acchito, riescono a comprendere. Questo forse è dovuto anche alla freschezza e genuinità in cui mi approccio alle cose, mentendo l’entusiasmo tipico dei bambini. Questa, poi, è stata la parte più divertente da realizzare insieme ai ragazzi e alla gente.”

Una storia di nascita e rinascita per tornare a una nuova vita, possibilità che viene dall'arte e dal riciclo e dalla coesione. Ma è anche la storia di un incontro con Salvatore Iodice e i ragazzi del suo laboratorio Miniera e della vostra unione di intenti.

“Il punto fondamentale è proprio l’incontro con loro per stimolare in loro un cambio di mentalità. Io avevo bisogno di creare con loro un rapporto empatico e non costruito. Quando sono arrivata ai Quartieri Spagnoli ho iniziato a convocare i ragazzini senza conoscerli, senza chiedere intermediazioni. Il mio modo di fare sopra le righe, probabilmente, ha contribuito ad avvicinarli. Nel vedermi come una ‘pazza’ hanno accettato di far parte del team di Napoli Eden per creare le sculture. Nel documentario i ragazzini dei quartieri, abituati a rubare l’albero di Natale installato ogni anno in Galleria Umberto, si trovano a diventare costruttori di un albero alternativo e si espongono per difendere e proteggere questo simbolo di un cambiamento. Si fa una virata che non permette all’odio di vincere. Per loro sono diventata il punto di riferimento e loro mi seguivano perché ero diventata una di loro. Non c’era più la persona estranea che cercava di insegnare qualcosa ma andava avanti la squadra”.

Quanto Napoli con le sue strade, i suoi palazzi, le sue abitudini della vita quotidiana tipica di chi vive in questa città e le sue tradizioni culturali che emergono da Napoli Eden contribuisce a quest'ascesa?

“Il progetto iniziale è stato curato da Francesco Gallo Mazzeo per poi diventare un documentario di Bruno Colella in qualche maniera era un prodotto che poteva attirare l’attenzione solo del pubblico italiano. Ho sentito il bisogno di chiamare due persone che lavorano a Hollywood, il film maker Stanley Isaacs che ha fatto da consulente creativo del film e Greg Ferris, consulente marketing. Nonostante fosse finito, loro hanno consigliato di rimontare il film per dargli un taglio internazionale. Ecco perché quella Napoli si trasforma in un messaggio globale. Se fosse rimasto il primo montaggio sarebbe rimasto un film locale che ci avrebbe permesso solo di cantarcela e suonarla tra di noi, invece, viene fuori un’idea di Napoli che è riportata al suo stile, al dinamismo e ai suoi alti valori. Nel montaggio definitivo si è deciso di concentrarsi molto sulla mia storia. Isaacs e Ferris hanno ritenuto che potesse fare da fil rouge a tutta la storia, dando, inoltre, l’eleganza cinematografica, eliminando tutto ciò che non avesse più una coerenza narrativa. In America sono molto più concentrati sulle storie che abbiano una narrazione che sia compatta dall’inizio alla fine. Tutto ciò che accade nel film è vero ed è un racconto non a posteriori in cui si parla guardando a alla cinepresa, ma è costruito nel momento, uscendo, così, dal linguaggio standard del documentario”.

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