Web novel, Jesus: Capitolo 6

"Jesus" è una web novel che prende spunto dalle pubblicazioni editoriali del secolo scorso, quando gli scrittori pubblicavano i loro racconti sui quotidiani dell'epoca. Ogni mese, NapoliToday pubblicherà un nuovo capitolo di questa storia. "Jesus" è una finestra su di una realtà dimenticata da tutti, quella del rione Traiano

Sono trascorsi alcuni anni dalle vicende che hanno portato all’arresto di Emanuele Falco. Il boss del rione Traiano – il DIO del rione Traiano – è ancora recluso in carcere. Le sorti del clan, la conduzione degli affari illeciti, è stata completamente commissionata al fratello Giuseppe e alla moglie di lui, Nunzia. Il fratello stupido del capoclan, alla fine, è riuscito a realizzare il suo sogno: impadronirsi dell’impero del fratello e ottenere quel rispetto - figlio della paura - che immancabilmente ne consegue. Anche Nunzia, nel suo piccolo, ha saputo entrare alla perfezione nel ruolo di “donna del clan”. Impartisce ordini, consiglia il marito (il più delle volte sostituendosi a lui, come tutti ben sanno ma che mai ammetterebbero) e, più di ogni altra cosa, riveste il ruolo di madre adottiva per il figlio di Emanuele Falco e della dimenticata Tina. 

Il figlio di Dio, ormai, ha sei anni, frequenta la scuola del quartiere e sta già avviandosi a beneficiare di tutti i favori riconosciuti ad un ruolo di cotanta importanza: essere l’erede designato di una sconfinata egemonia criminale. Il piccolo Salvatore Falco ha poco da esporre nella sua cortissima vita ma, per certo, avrà molto da dire in futuro. 

“Salvatore!! Svegliati! Che dobbiamo andare a scuola! Alzati”. 

Così Nunzia – tutte le mattine – allestiva il set cinematografico in cui recitava la parte della vera madre del piccolo Salvatore, nascondendo dietro le quinte l’autenticità dell’essere una volgare usurpatrice. In realtà, per quanto riguarda l’andamento scolastico del bambino, c’era poco cui affliggersi. Salvatore frequentava con somma euforia la scuola elementare. Nessuna disciplina, nessuna imposizione, aveva mai raggiunto le orecchie del bimbo. Anche le stesse maestre, consapevoli di quale fosse la famiglia di provenienza di Salvatore, si guardavano bene dal redarguirlo; o anche soltanto dal trattarlo come un bambino come tutti gli altri. Perché la scuola, quella vera, con i libri e lo studio, non era un problema che poteva riguardare il figlio di Dio. A un bambino nato in questo ambiente, la scuola può servire soltanto a una cosa: diventare un “boss in miniatura” accanto ai tuoi coetanei. Conoscerli, abituarti alle loro facce, capire quali ti saranno fedeli e a quali, in futuro, dovrai fare la guerra. 

E il giovanissimo Salvatore, già in quella aula di scuola elementare, aveva due fedelissimi compagnucci che lo seguivano in ogni avventura e prepotenza verso i bambini più inoffensivi: Dario e Luigi. Quest’ultimi, anche loro figli del rione Traiano, non provenivano da famiglie strettamente collegate alla malavita ma, piuttosto, da mentalità che appoggiavano a pieno questo modo di vivere (o di non-vivere). I genitori di Dario e Luigi, quindi, non avevano remora alcuna nel vedere i loro pargoli giocare con il “rampollo del clan”, anzi, spingevano con forza verso la maturazione di questa amicizia; consci che, un giorno, forse, avrebbe potuto portare enormi benefici ai loro figli. 

E, per il piccolo Salvatore, le giornate a scuola trascorrevano così: con leggerezza, tra una “marachella” e uno sputo in volto alle maestre. Quella specifica giornata, per gli alunni della Prima - B, stava trascorrendo senza storia. L’unico passatempo, nel dettaglio, era stato vedere Salvatore, spalleggiato dai suoi due amichetti, sferrare un violento calcio al basso ventre di un altro compagno di classe. Dario e Luigi tenevano bloccato il giovanissimo malcapitato mentre Salvatore dava libero sfogo a ciò che, con grande cura e attenzione, Nunzia gli insegnava tra le mura di casa. Un dolore lancinante per il povero bambino (uno dei tanti scolari senza volto che vivono le loro giornate all’interno dell’edificio scolastico ma senza lasciare - nella vita dei loro compagni - segno alcuno di un loro passaggio) che, solitamente, occupava il primo banco, proprio davanti alla maestra. 

Anche a lui, in fondo, la scuola piaceva. Come molti bambini, era innamorato della sua maestra, che gli metteva sempre bei voti, premiandone l’impegno. Un amore che, per il bambino, cessò quel giorno quando, tenuto fermo da Dario e Luigi, voltò lo sguardo verso la sua adorata maestra, pregando, forse, in un soccorso che, in quel momento, si sarebbe rivelato provvidenziale. Un soccorso che non è mai arrivato. La maestra, infatti, era molto più spaventata di quali potessero essere le ritorsioni nei suoi confronti, se avesse impedito al figlio di Dio di dare libero sfogo alla sua creatività. Per un attimo, un solo istante, gli sguardi di alunno e maestra si incrociarono. Da una parte c’era paura, un grave gonfiore provocato dalle lacrime cadenti, attesa malriposta e delusione, immensa delusione. Dall’altra, invece, c’era vergogna di sé, codardia, un desiderio stridente di essere altrove - forse in egual misura o addirittura più grande di quella bramata dal bambino tormentato. Essere altrove, infatti, l’avrebbe discolpata, almeno dinanzi alla propria coscienza, di quel mancato soccorso che, ovviamente, sarebbe dovuto rientrare nelle mansioni di una maestra elementare. Invece, in quel frangente, il ruolo professionale e l’innocenza dell’essere piccoli, avevano subito il medesimo sfregio da parte della prevaricazione. Non erano così diversi, in quel momento, i cuori di alunno e maestra: entrambi assoggettati alla brutalità a causa di una consolidata debolezza di fondo. 

La campanella che segnava la fine della giornata suonò dopo poche ore da quel triste episodio e il dolore per il colpo ricevuto, non era ancora cessato. La fine della giornata scolastica, per i bambini, rappresentava quasi un rituale. Tutte le classi si riunivano in fila indiana e si dirigevano verso il grande portone che faceva da ingresso e uscita dell’edificio. I bambini, in fila per due, si tenevano per mano. Solo a Salvatore Falco era concesso di tenere la mano a Luigi e Dario. Un’usanza che il padre adottivo, Giuseppe Falco, appoggiava in maniera adeguata, ritenendolo un modo per comprendere, da subito, quanto fosse importante, nella vita, avere “amici fidati come fratelli”. Una volta usciti dal portone, c’erano due piccole transenne poste ai lati dell’ingresso. Transenne cui le madri si appoggiavano nell’attendere l’uscita dei loro pargoli. Ovviamente, neanche a dirlo, Nunzia era sempre la prima sulla sinistra. Un diritto tacitamente concesso da tutte le altre mamme che, anche se giunte prima della stessa Nunzia, le riservavano uno spazio privilegiato che le permettesse non soltanto di scrutare per prima il piccolo Salvatore, ma anche di poterlo attendere in una posizione particolarmente comoda. 

I bambini stavano uscendo e quando Salvatore vide Nunzia appoggiata alla transenna metallica, lasciò le mani di Dario e Luigi per dirigersi verso la madre adottiva. C’era ovvia confusione, in quel momento, i bambini erano gioiosi e rumorosi, per la fine della giornata scolastica. Il vociare dei marmocchi si mescolava a quello delle madri che, di volta in volta, chiamavano il nome del proprio figlio affinché quest’ultimo riuscisse a individuare la propria genitrice in mezzo a quella mischia. Nonostante tutti questi rumori, però, un suono molto più forte si propagò in tutto quel vociare: il rombo di una moto che stava avvicinandosi alla scuola con grande velocità. 

Erano due individui che, con volto coperto dal casco integrale (un’usanza che, nel 1993 al rione Traiano, poteva significare solo una cosa: il tentativo di essere irriconoscibili), senza neanche rallentare la loro corsa, tirarono fuori dalle giacche due mitra Uzi da 9 mm e aprirono il fuoco sull’ingresso della scuola; proprio mentre i bambini stavano uscendo. 

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