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Foto di Chiara Di Martino

Foto di Chiara Di Martino

Il “Gesù Nuovo” si chiama così perché… ce n’è uno Vecchio

Anche chiamata Chiesa dell'Immacolata di Don Placido, si trova in via Paladino: nell'Ottocento era 'Collegio Massimo' dove studiarono Tasso e Vico

Chiunque sia passato per Napoli ha fatto sosta davanti al “Gesù Nuovo”, di fronte al monastero di Santa Chiara e l’obelisco dell’Immacolata. Ma non tutti si sono chiesti il perché dell’aggettivo “Nuovo” accanto al nome della Chiesa di piazza del Gesù. Che è presto spiegato: prima del celebre edificio religioso nato sulla struttura di Palazzo Sanseverino, già esisteva a Napoli un’altra Chiesa che tutti chiamano “Gesù Vecchio” (o dell'Immacolata di Don Placido). Si trova, dopo il Cortile del Salvatore, in via Paladino, la strada che da piazzetta Nilo scende verso Largo San Marcellino, nel cuore del centro storico della città. È la prima chiesa dei gesuiti a Napoli: la sua costruzione è cominciata nel 1555, su disegno di padre Pietro Provedi, e divenne il primo luogo di culto dell’ordine della Compagnia di Gesù in città.

La Chiesa fu costruita sulla struttura di Palazzo di Giovan Tommaso Carafa, un nobile del seggio di Nido, che i Gesuiti avevano acquistato nel 1554 – grazie a lasciti e donazioni dei fedeli – insieme ad altri palazzi nobiliari ed aree di culto. Accanto all’attuale Basilica venne edificato il collegio della Compagnia di Gesù – che per la tipologia degli insegnamenti impartiti, divenne “Collegio Massimo”, cioè una Università - dove studiò anche Torquato Tasso, tra il 1553 e il 1554, e, successivamente, nel 1680, Giambattista Vico. Quando i gesuiti furono espulsi dal regno di Napoli per ordine del ministro Bernardo Tanucci (1767) il collegio divenne la sede dell’università degli Studi e della Biblioteca e la Chiesa venne rinominata “del Santissimo Salvatore”. Solo nel 1804, con il ritorno dei Gesuiti, la Basilica riprese l’appellativo originale, al quale venne aggiunto l’appellativo di “vecchio” a causa della costruzione, avvenuta nel frattempo, del Gesù Nuovo.

Dopo due anni, la definitiva espulsione dei gesuiti: la chiesa venne affidata a don Placido Baccher, dal quale deriva l’altro nome con cui è conosciuta. A lui si deve l’articolata sistemazione dello spazio absidale, con angeli in stucco e cartapesta che conducono ad una scultura in legno e terracotta, particolarmente venerata, realizzata da Nicola Ingaldi nel 1807: è questo uno dei motivi per cui il Gesù Vecchio è considerato, da allora, uno dei più importanti luoghi mariani della città. Ogni 11 del mese, si ripete infatti il pellegrinaggio dei devoti alla statua della Vergine Immacolata.

Durante il periodo natalizio è possibile visitare anche il presepe di don Placido: pastori a grandezza naturale collocati in un ambiente vicino alla sacrestia, ispirati alla scuola del Sammartino, realizzati dall’Ingaldi, dal Lionelli e dal Pappatino. L’altare è – come per molte chiese della stessa epoca – progettato da Cosimo Fanzago: la chiesa è a navata unico e soffitto piano, quattro cappelle laterali e cupola sul presbiterio. La chiesa conserva oggi una profonda impronta settecentesca grazie ai paramenti marmorei delle pareti, all’elegante soffitto in stucco con il monogramma mariano, al disegno degli altari laterali in marmi policromi. 

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