Mercoledì, 17 Luglio 2024
Cultura San Ferdinando / Via San Carlo

La mondanità della Galleria Umberto, dove nacque il primo cinema della città

La struttura, figlia del periodo del Risanamento, ha accolto per molti anni anche i famosi "Sciuscià". Il mistero della Stella di Davide sulla cupola

"Vostro figlio invece di studiare si perde con donne di malaffare. Un'amica". L’immagine evocata dalla celebre frase del film "Totò, Peppino e la malafemmena" ben si adatterebbe alla zona nella quale fu costruita la Galleria Umberto I di Napoli. L'area che si estendeva da via Toledo al Castel Nuovo godeva infatti di una pessima fama: un groviglio di strade raccordate da piccoli vicoli in cui si trovavano taverne e case di malaffare. Questa cattiva reputazione rimase in piedi fino all’Ottocento quando il degrado raggiunse picchi elevatissimi, soprattutto in termini di mancanza di igiene, tanto che nella zona tra il 1835 ed il 1884 si verificarono ben nove epidemie di colera. Così fu approvata la legge per il Risanamento della città, che interessò numerose aree tra cui Piazza della Borsa, il Corso Umberto I e anche la zona di Santa Brigida, a ridosso di piazza Municipio. Uno degli effetti fu anche la costruzione della galleria Umberto I, secondo il progetto dell’ingegnere Emmanuele Rocco, poi ripreso da Antonio Curri ed ampliato da Ernesto di Mauro. L’idea era quella di una galleria a quattro braccia intersecate in una crociera ottagonale coperta da una cupola.

Per edificarla, furono demoliti molti edifici preesistenti nell’area e la prima pietra fu posata il 5 novembre 1887. Tre anni esatti, e la Galleria fu pronta per l’inaugurazione, un anno dopo la Tour Effeil di Parigi. Sotto la Galleria, esiste un’altra crociera più piccola che al centro ospita il Salone Margherita, teatro della Belle Epoque napoletana, che testimonia la natura mondana della struttura, confermata dal fatto che la Galleria ospitò la prima sala cinematografica della città (aprì nel 1896 e furono proiettati i primi film dei fratelli Lumière) e una delle prime in Italia. Al suo interno, per oltre 50 anni, ha accolto i lustrascarpe della città, i cosiddetti sciuscià (dall’inglese shoe-shine), usanza consentita agli uomini di una elevata estrazione sociale.

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