Francesco Di Leva: “La classe politica dovrebbe sostenere seriamente la cultura come fa con gli altri settori”

Intervista all’attore napoletano che sta vivendo una stagione d’oro, tra i riconoscimenti de ‘Il Sindaco del Rione Sanità’, il ritorno sul palco diretto da Corsicato e tanti nuovi progetti che lo vedono coinvolto come ‘La Peste’, film girato durante il lockdown

Francesco Di Leva

Luglio sembra essere il mese della rinascita teatrale dopo lo stop causato dalla pandemia e l’attore Francesco Di Leva, insieme a Cristina Donadio, è tra i primi a ricominciare con lo spettacolo ‘La Chunga’, inaugurando la rassegna del Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale ‘A Scena Aperta’ che si svolge nel Cortile del Maschio Angioino.

Tratto da Mario Vargas Liosa per la regia di Pappi Corsicato, quello de ‘La Chunga’ è un debutto nazionale significativo, dopo mesi bui in cui allestire uno spettacolo dal vivo sembrava qualcosa di lontano, e sarà in replica fino a domenica 5 luglio. 

In questo adattamento che vede l’azione spostarsi da Piura al porto di Napoli, Di Leva interpreta Josefino, uno dei quattro marinai di passaggio nella locanda dell’ambigua Chunga (interpretata dalla Donadio) che per saldare i suoi debiti di gioco mette in vendita la sua donna, la quale in seguito scomparirà. Un ruolo controverso in una pièce famosa in tutto il mondo e che contribuisce all’ascesa dell’attore campano, in un’annata ricca di soddisfazioni per il film ‘Il Sindaco del Rione Sanità’ di Martone tra successo di pubblico e i riconoscimenti ottenuti, dal Premio Pasinetti alla candidatura ai David di Donatello, passando per la nomination ai Nastri d’Argento che saranno annunciati lunedì 6 luglio. Un bel modo per chiudere il ciclo di questo film, che ha imposto Francesco anche come protagonista cinematografico. Nei prossimi mesi, infatti, ci saranno molti altri film che lo vedranno coinvolto come ‘Il delitto Mattarella’ in uscita in questi giorni nei cinema che hanno riaperto.

Francesco, andate in scena con ‘La Chunga’ in modo diverso da come avete immaginato. Quale energia state respirando per questo debutto nazionale?

"Sì, noi ricominciamo in un mese in cui i teatri generalmente si fermano per lasciare spazio ai festival. Siamo felici perché mette in moto l’economia teatrale ma allo stesso tempo preoccupati. Essendo tra i primi a iniziare o spianiamo la strada, oppure la blocchiamo qualora sorgessero dei problemi. Stiamo rispettando le normative riuscendo a gestirle bene in scena, trasformando molte cose per non avere contatti ed essere a più di un metro di distanza, ma sul punto si potrebbe aprire un dibattito perché contraddizioni non mancano…”.

Cioè?

"Premesso che la nostra salute viene prima di tutto, facendo il necessario per garantire la sicurezza. È chiaro che dobbiamo continuare a stare attenti come, del resto, dimostrano anche i dati di Mondragone che ci fanno di nuovo percepire il pericolo del Covid. Ma trovo assurdo vedere aerei o aliscafi pieni zeppi di gente dove pochi rispettano le misure di distanziamento senza che nessuno prenda provvedimenti, mentre noi attori dobbiamo restare a più di un metro di distanza in scena, complicandoci gli allestimenti per evitare il contatto. Per non parlare del limite agli spettatori sia al cinema che in teatro. La classe politica dovrebbe sostenere seriamente la cultura come sta facendo con gli altri settori, senza incoerenze”.

Lo spettacolo ha un'ambientazione totalmente nuova: nella versione di Corsicato la locanda della Chunga è nel porto di Napoli e i protagonisti maschili sono diventati dei marinai...

“Sì, Pappi gli ha dato una connotazione completamente diversa. Il mio personaggio, che in origine è un magnaccia, ora è uno dei marinai sempre in giro che approda nel porto di Napoli, che potrebbe rappresentare qualsiasi Sud del mondo. La scenografia, fatta dallo stesso Pappi, è piena di corde che rimandano a una grande nave. Un po' come se navigassimo in questo spettacolo oscillando sempre tra sogno e realtà, visto che ogni protagonista racconta la propria versione della storia”.

Oltre al teatro, con il successo de ‘Il Sindaco del Rione Sanità’ si sono aperte strade verso molti progetti sia indipendenti che grandi.

"È vero!  Da poco ho terminato le riprese sia del film di Paolo Cipolletta ‘Fino ad essere felici’ che quelle del film di Antonio Capuano ‘Il buco in testa’. Stanno arrivando delle belle proposte. Mi fa piacere che si siano aperti dei varchi che in qualche modo mettono anche Napoli al centro dei riflettori. È un momento bello, anche se l’emergenza sanitaria ha bloccato tutto. Speriamo bene!”.

Qualche settimana fa hai ultimato gli studi, diplomandoti. La foto pubblicata sui social dove hai annunciato il tuo diploma è stata apprezzata da moltissime persone.

"(Ride) Sì, quest’anno non mi sono fatto mancare niente. Molte cose le faccio per stare bene con me stesso. Per me è stato un gesto comune. Con me c’erano altri padri e madri di famiglia. Io ero davvero uno dei tanti che ha fatto questa scelta, frequentando la scuola serale. Divento un’eccezione solo per il mestiere che faccio. Sicuramente è stato bello che molti ragazzi mi hanno contattato per dirmi che vedendo la mia foto si sono sentiti spronati e si sono iscritti di nuovo a scuola per diplomarsi. È motivo di orgoglio nella misura in cui le persone possono pensare ‘Se l’ha fatto lui, lo posso fare anch’io’. Escludendo questo, non ho fatto nulla di particolare. È stata una scelta pratica per essere un esempio ai miei figli, per incitarli perché lo studio è importante. È nato da un pensiero molto semplice: io vado a scuola per mostrare a mio figlio che deve andare a scuola”.

In questi mesi hai provato anche un altro esperimento: girare un film in pieno lockdown tratto da ‘La peste’ di Camus. Ora si sta ripartendo, ma è stato un input per cercare delle alternative innovative per continuare a fare film senza fermarsi.

"È stato bravo Francesco Patierno, regista del film. Lui ha reinventato un modo di fare cinema. A differenza del teatro, il cinema ha una grande componente tecnica che aiuta. Il questo frangente riesce a rispettare delle regole: un campo e controcampo si può fare riuscendo a rispettare le distanze; la troupe può stare con le mascherine; noi attori per tutti i film che gireremo faremo i test sierologici ogni tre giorni. Tutto è più gestibile al cinema. Francesco usa uno stile che in realtà aveva già utilizzato in altri suoi film e documentari, lo zoom, avvicinandosi alle cose e agli attori senza usare un carrello quindi basta solo un operatore. Penso che molti registi inizieranno a utilizzare questo mezzo, parzialmente il modo di girare cambierà. Si può cercare di sopperire a delle cose e per esigenza noi lo abbiamo fatto in piena crisi”.

Due mesi fa eravate un po' come gli uomini in missione sulla Luna…

"Assolutamente sì! Noi abbiamo iniziato proprio due giorni prima che l’Italia diventasse Zona Rossa. Ci siamo chiesti se fosse giusto continuare perché anche noi abbiamo avuto paura: c’era quella sensazione di morte. Alla fine della giornata di lavoro quasi avevo paura di entrare in casa. Sono stati momenti brutti, ma allo stesso tempo eravamo contenti perché abbiamo fatto qualcosa di bello. Le immagini che abbiamo realizzato sono uniche. Siamo felici di aver raccontato questo momento che è entrato nella storia. Ora dobbiamo solo terminarlo”.

I set stanno aprendo. Il teatro con gli spazi all'aperto sta ricominciando e qualcuno riaprirà in autunno. Voi del NEST cosa farete in quanto le misure di distanza sono un limite per un certo tipo di sale? 

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"La nostra sala conta 100 posti per cui noi del NEST torneremo indietro nel tempo. Da settembre fino a gennaio studieremo i testi teatrali per gli spettacoli che proporremo nel prossimo triennio. Lo spirito è quello del teatro di ricerca fatto negli anni ’70 proprio come faceva il gruppo di Teatri Uniti o Eugenio Barba. Fino a prima del Coronavirus fare una cosa del genere sembrava improbabile per i ritmi frenetici con cui era necessario preparare gli spettacoli. I numeri ministeriali considereranno le prove degli attori come lavoro. Noi ci chiuderemo nel NEST per fare ricerca dedicando due mesi a ogni testo. Quindi per cinque mesi saremo fermi per fare ricerca teatrale come si faceva 50 anni fa”.

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