La culonna ‘nfame della Vicaria: storia di un rito napoletano

La colonna si trovava di fronte la porta principale del Castel Capuano. Fu rimossa nel 1856 per volontà del re Carlo III di Borbone

Un tempo, di fronte la porta principale del Castel Capuano, si trovava una piccola colonna di marmo, risalente all’età greco-romana. Su questa colonna, in epoca vicereale (nel XVI secolo), quando il Castello divenne sede del Tribunale della Vicaria (il Palazzo di Giustizia) e delle carceri della città per volontà di don Pedro de Toledo, aveva luogo un rito umiliante per tutti i debitori insolventi. Chi aveva a carico debiti non pagati doveva salire sulla colonna, calare le brache e sbattere tre volte il sedere. Dopo gli squilli di tromba del banditore, il debitore, declamava, poi, dinanzi al popolo, le sue insolvenze attraverso la formula latina “Cedo Bonis” (“rinuncio ai miei beni”). Il malcapitato si denudava per dimostrare che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di soddisfare i suoi creditori. Tutto questo avveniva in uno scenario orripilante, fatto di condannati a morte impazziti, scugnizzi che urlavano, prigionieri in catene.

Salire su questa colonna rappresentava una delle condanne più umilianti e infamanti che si potevano subire, per questo motivo venne soprannominata “a culonna ‘nfame della Vicaria”. Un destino ignobile dal quale tutti rifuggivano anche perché durante il rito il popolo si lasciava andare, come spesso accadeva in queste manifestazioni pubbliche, aggredento con le parole e fisicamente il debitore di turno (da qui “‘o sango d’ ‘a culonna). La colonna venne rimossa solo nel 1856 per volontà del re Carlo III di Borbone,  oggi è esposta in una sala del Museo della Certosa di San Martino. Nonostante la rimozione, però, la base della colonna rimasta venne per alcuni decenni ancora usata come ceppo mortuario per mostrare i corpi dei condannati. Da questa usanza deriverebbero anche i detti napoletani “Mannaggia a culonna ‘nfame” e “Stare con le pacche nell’acqua”.

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