Giovedì, 18 Luglio 2024
Cultura Porto / Via Medina

Chiesa della Pietà dei Turchini, il nome dalle vesti dei suoi orfani

Ospitava anche un Conservatorio poi confluito in San Pietro a Majella: al suo interno splendide opere di Luca Giordano e Andrea Vaccaro

Erano turchini gli abiti e i berretti degli orfani che accoglieva: è da qui che deriva il nome attuale della Chiesa della Pietà dei Turchini, in via Medina. È anche chiamata “Santa Maria dell’Incoronatella”, probabilmente per distinguerla dalla più antica Santa Maria dell’Incoronata collocata sulla medesima strada, verso piazza del Municipio,e posta leggermente sotto il livello della strada. Originariamente la “Congregazione dei Bianchi dell’oratorio”, costituitasi nel 1573, anno di terribile carestia, che aveva come scopo primario prendersi cura di bambini abbandonati iniziandoli alle arti, si trovava in una struttura poco distante, in rua Catalana. Poi nacque l’esigenza di maggiore spazio e così alla fine del Cinquecento fu eretto il complesso che comprendeva l’edificio sacro, un orfanotrofio e un conservatorio musicale (uno dei quattro conservatori napoletani che poi confluì in San Pietro a Majella) destinato, inizialmente, ai bambini ospiti.

Gli allievi erano molto richiesti per cantare e suonare nelle chiese, nei conventi e nelle case private, ma anche durante le processioni, le feste pubbliche e i funerali. La loro selezione era opera dei “Governatori” che reclutavano personalmente gli ospiti nei quartieri più disagiati della città. Ben presto, però, nell’Istituto furono accolti anche quei ragazzi che ne facessero richiesta. I piccoli ospiti avevano a disposizione ampi dormitori e servizi, ampie dispense, un forno autonomo, la cucina, la stalla per le bestie da soma, un’infermeria e una farmacia. Fatta della musica la sua vocazione primaria – avendo allargato l’accesso anche a ospiti paganti -, nella struttura studiarono alcuni dei musicisti più importanti del 17-18esimo secolo come Alessandro Scarlatti, Giovan Battista Pergolesi e Giovanni Paisiello.

Perciò il complesso fu anche chiamato “fabbrica dei cantori napoletani dei Sei e del Settecento”. Fondata con cinque cappelle per lato e una sola navata, la chiesa fu poi ampliata con il transetto, l’abside e la cupola (più volte danneggiata dai terremoti) attirando a sé i migliori artisti dell’epoca come Battistello Caracciolo, Luca Giordano e Andrea Vaccaro. Del primo è la “Sacra Famiglia”: Caracciolo fu il primo napoletano a dare una nuova interpretazione alle tecniche di Caravaggio, alle cui “Sette opere di Misericordia” si è ispirata la tela. Luca Giordano, in un altro quadro ospitato alle spalle dell’altare maggiore, racconta la leggenda della Vera Croce sulla quale fu crocifisso Gesù. Il pittore, che con questa esperienza ebbe la sua definitiva svolta barocca, realizzò anche una Deposizione e una tela con l’Ascensione per decorare la cupola, ma quest’ultima opera è andata perduta durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Vaccaro, infine, ha lasciato in questa chiesa due quadri con episodi della Passione di Cristo, oltre ad aver lavorato insieme a Nicola Vaccaro e Giacomo Farelli alla cappella dedicata a Sant’Anna. Al nome di “Pietà dei Turchini” è legata anche un’altra istituzione musicale, il Centro di Musica Antica che è oggi una Fondazione dedicata al patrimonio musicale e teatrale napoletano dei secoli XVI-XVIII e ai suoi riflessi nella contemporanea produzione musicale europea.

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