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Una scena della serie

Una scena della serie

'I bastardi di Pizzofalcone', de Giovanni: "Il temibile successo della serie"

Sul Corriere del Mezzogiorno lo scrittore si confessa dopo i titoli di coda e il boom di ascolti su Rai1

Lo scrittore partenopeo Maurizio de Giovanni, autore dei libri da cui è stata tratta la serie "I bastardi di Pizzofalcone", dopo il post sui social scritto in occasione dell'ultima puntata torna, queste volte sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, sul successo della produzione Rai.

"Ogni volta che, avendo inventato una storia, ci si ritrova davanti al proprio libro, non si può fare a meno di fantasticare su quello che succederebbe se qualcuno ne facesse un film", spiega a proposito di ciò che ha provato nel vedere in tv i suoi "Bastardi".

De Giovanni racconta poi della pressione nel vedere lavorare tanta gente ad una propria idea. E poi della visibilità acquisita. "Ho potuto scoprire, e non è stata sempre una piacevole scoperta, quanta e quale enorme differenza ci sia in termini di visibilità e popolarità tra essere un autore di romanzi e l’autore di una fiction trasmessa su Rai1". Il riferimento è alle tante polemiche suscitate dalle scene di sesso lesbo. "Mi sono ritrovato – prosegue lo scrittore – sulla graticola di una popolarità non cercata e difficile da gestire. Soprattutto mi sono ritrovato involontario protagonista di una serie di polemiche, per la gran parte strumentali e speciose, delle quali avrei molto volentieri fatto a meno".

Alcuni dubitavano che alcuni paesaggi fossero reali, come – spiega ancora de Giovanni – "se mostrare una città così, fatta di ombre ma anche di tante luci, di bellezze nascoste e straordinarie fosse materia da documentari e non da narrativa, per di più criminale. L’aver scelto Pizzofalcone, un luogo che offre improvvisi panorami mozzafiato, ha comportato l’emozione visiva di chi ha girato, e questo traspare dalle immagini, ineluttabilmente".

De Giovanni spiega che le sue sono "storie, e basta", senza "la volontà di mandare messaggi espliciti e tantomeno impliciti, che non c’è una presa di posizione di natura sociologica sulla città: né pizza e mandolino, né ferocia camorristica". "Ho provato a spiegare che da parte delle sceneggiatrici e del sottoscritto – prosegue – non si voleva strizzare l’occhio alle unioni civili, recentemente riconosciute peraltro dalla legge, né sottostare a mode e costumi attuali per attirare pubblico".

Il passaggio dalla carta allo schermo è – per lo scrittore – un "allargamento improvviso e devastante del territorio narrativo", definito "disorientante" anche nonostante la lunga esperienza. Una vicenda tra timori e soddisfazioni, vissute dall'autore "nella consapevolezza che una parte di questo successo mi si sarebbe ineluttabilmente rivolta contro. Proprio vero: non si è mai contenti. Almeno, mai del tutto".

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