Viglilante ucciso dal branco: Cassazione annulla e dispone nuovo processo

I tre, all'epoca dei fatti minorenni, furono condannati in primo e secondo grado a 16 anni e 6 mesi di reclusione

La Corte di Cassazione ha annullato le sentenze emesse e disposto un nuovo processo davanti ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli per i tre giovani ritenuti responsabili della morte del vigilante Francesco Della Corte, avvenuta il 16 marzo, dopo una aggressione subìta 13 giorni prima all'uscita della metropolitana di Piscinola.

 I tre, all'epoca dei fatti minorenni, furono condannati in primo e secondo grado a 16 anni e 6 mesi di reclusione. Luigi Carrozza, Kevin Ardis e Ciro Urgillo sono stati difesi, rispettivamente, dagli avvocati Covelli, dall'avvocato Musella e dagli avvocati Raffaele Chiummariello e Nicola Pomponio.

MANIFESTAZIONE PER RICORDARE IL VIGILANTE UCCISO

OMICIDIO

I tre giovani, secondo quanto è emerso dalle indagini, aggredirono il vigilante per rubargli la pistola, colpendolo con una spranga. Molte polemiche nei mesi scorsi per i permessi concessi a uno dei ragazzi nell'ambito di un programma di recupero tra l'altro per festeggiare i 18 anni e per un provino con una squadra di calcio. "Ti hanno portato via da noi senza motivo e continuerò a parlare di te finché avrò voce perché tutti possano conoscere la bella persona che eri. Non mi resta che questo mezzo per far sentire la mia e la nostra voce", aveva scritto ieri la figlia del vigilante ricordando il padre.

Lettera di Don Patriciello

Resta ancora oggi molto toccante la lettera aperta scritta da don Maurizio Patriciello per il vigilante ucciso, pochi giorni dopo la sua morte.

“Colpire una persona più grande e per giunta armata fa andare in visibilio questo branco”, scrive Patriciello. “Da soli non saprebbero cavare un ragno dal buco, insieme diventano spietati. Sottrarre la pistola a una guardia giurata per loro è come superare l’esame di maturità. Vuol dire sfidare la società e le sue leggi. Faccio quello che mi piace, nessuno mi ferma, niente mi fa paura. Non voglio rispettare i divieti, non intendo indossare il casco, non ho bisogno di lavorare. L’arma del metronotte li eccita, li attrae, li ammalia”.

“Senza saperlo – va avanti don Patriciello – recitano la parte come da copione. Attori a titolo gratuito sul palcoscenico della propria vita. Gioventù sprecata. Il mondo delle apparenze, impietoso, miete le sue vittime. Vivono, agiscono, si muovono in un mondo dalle dimensioni striminzite. Il loro mondo, la loro lingua, i loro gesti, i loro modelli. Inventano parole, si baciano sulle labbra, amano chiamarsi 'fratm', fratello mio. Bellissimo se fosse vero, ma è solo la password per sentirsi parte della banda. Un mondo altro, il loro, artificiale, minuscolo, fasullo. Un mondo che li mette in fila come soldatini di latta e li convince che solo in quel modo, recitando quella parte, atteggiandosi in quel modo, sono veramente liberi, veramente uomini. Valgono qualcosa. Una menzogna che pagheranno e faranno pagare a caro prezzo. Ragazzi illusi e delusi, sfortunati e capricciosi, violenti e ingenui. Ragazzi assassini. Vittime e carnefici. Giovani verso i quali la famiglia, la scuola, la società hanno contratto un debito enorme”.

“Attenzione a non cedere al buonismo; a non chiamare 'bravata' questa sanguinaria follia – va avanti – La spietata violenza di questi ragazzi chiama in causa anche gli adulti. A cominciare dalle famiglie, passando per la scuola per approdare all’ intera società. Questi giovani – 15, 16, 17 anni – che non vanno a scuola e non lavorano sono demotivati, annoiati, senza risorse, senza possibilità di smaltire in positivo la potente energia della loro età. Vivono senza controlli, senza regole, senza orari da osservare. Fanno quello che vogliono, quando vogliono, come vogliono. Come tutti, avrebbero bisogno di competere, giocare, confrontarsi. Vincere. Per farlo serve impegno, serietà, perseveranza, disciplina, esercizio, puntualità. Forse - ma dico forse - nessuno glielo ha mai insegnato”. È colpa di tutti, per don Maurizio Patriciello: “Le famiglie non sono state in grado di far fronte ai loro disagi, al loro malessere. La società ha fatto finta di ignorarli. In preda ai loro istinti primordiali hanno sperperato in brevissimo tempo il patrimonio unico e irripetibile della loro età. Verrebbe voglia di prenderli a sberle più che gettarli in prigione, se il caro Francesco non avesse perso la vita. Gioventù sciupata, emarginata, condannata. Violenta. Ragazzi rovinati, ma da accompagnare, recuperare, rieducare ad ogni costo. Hanno bisogno di noi. Per riprendere il cammino, per chiedere perdono. Per imparare a vivere. Dobbiamo esserci. Tutti. Mai come in questo caso, disertare è un crimine”.

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