Cronaca

Terremoti, dove finisce il rischio e comincia l'allarmismo?

Sono realmente in aumento i terremoti nel nostro pianeta? E c'è un collegamento tra i tanti eventi che riempiono TG e pagine di giornali? Ce ne parla Mario Castellano dell'Osservatorio Vesuviano

Da alcuni anni si ha la sensazione che il mondo sia travolto da una miriade di catastrofi naturali, come se si trattasse di un declino distruttivo incontrollabile. La nostra regione poi, tra vulcani e pericolo sismico, sembrerebbe dover stare sempre sul “chi vive”. In un articolo sul pericolo vulcanico legato al Vesuvio, ai Campi Flegrei e all’isola d’Ischia abbiamo già visto come persino una zona così a rischio possa essere, nei lunghissimi periodi di “sonno”, una preziosa risorsa dalla quale si potrebbe ricavare un’energia pulita e illimitata tramite centrali geotermiche. Questa volta approfondiremo l’argomento parlando di terremoti e sismologia, per capire se l’allarmismo diffuso in questi ultimi anni sia del tutto giustificato, se ci sia una correlazione tra alcuni eventi e che rischi reali corre l’Italia e in particolare la Campania. A rispondere alle nostre domande riguardo l’attività sismica degli ultimi anni sarà un’autorevole voce dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Napoli "Osservatorio Vesuviano", il Dr. Mario Castellano.

All’apparenza, negli ultimi anni si è verificato un aumento delle attività sismiche un po’ in tutto il globo e quindi anche in Italia. È realtà o solo frutto del maggiore accesso all’informazione di cui oggi si dispone?
L’apparente aumento dell’attività sismica registrata negli ultimi anni a livello mondiale è solo una sensazione. I dati forniti dal Servizio Geologico degli Stati Uniti relativi agli eventi di elevata magnitudo avvenuti negli ultimi 100 anni a livello globale mostrano una frequenza di accadimento costante. Inoltre, il forte aumento del numero delle stazioni sismiche installate ha consentito di registrare e localizzare un sempre maggior numero di terremoti anche di piccola magnitudo rendendo queste informazioni rapidamente disponibili alla comunità. Questo è vero anche per l’Italia, dove negli ultimi anni il potenziamento della Rete Sismica Nazionale Centralizzata gestita dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha consentito di aumentare notevolmente il livello di detezione degli eventi sismici. Indubbiamente, poi, la maggiore diffusione dei sistemi di comunicazione e di accesso all’informazione ha favorito la diffusione delle notizie, anche quelle relative ad eventi di bassa energia che non fanno danni e che fino a pochi anni fa non facevano neanche notizia. Inoltre, c’è sicuramente una maggiore attenzione e consapevolezza da parte della popolazione nei confronti del rischio sismico e dei rischi naturali in generale, e questo è senz’altro un bene per la società.

Queste attività sismiche sono in qualche modo collegate tra loro oppure ognuna è una “storia a sé”?
A grande scala l’attività sismica che si osserva in una determinata zona non è collegata direttamente a quella di aree limitrofe, ma sono comunque espressione di una dinamica comune legata al movimento delle zolle tettoniche. Infatti, la liberazione dell’energia sotto forma di terremoti lungo lineamenti tettonici chiamati faglie avviene quando lo stress accumulato supera il livello di resistenza di una determinata porzione della crosta terrestre. Comunque c’è da rilevare che ricerche effettuate a seguito di forti terremoti (generalmente con magnitudo maggiore di 7.0) hanno messo in evidenza come la propagazione dello stress prodotto da questi eventi possa influenzare la dinamica di aree instabili distanti anche decine di chilometri. Inoltre, recenti studi proprio sulla sismicità del territorio nazionale mostrano come la sismicità si possa manifestare a “grappolo” con l’attivazione di alcune faglie dovuta a terremoti generatisi su faglie vicine. Tutte queste ricerche cercano di trovare delle correlazioni tra la sismicità avvenuta e quella che deve ancora avvenire, anche in termini di rapporti spazio-temporali, al fine di migliorare le conoscenze sui livelli di rischio di una determinata area.

Cosa è in grado di “prevedere” ad oggi, la sismologia? Fin dove si arriva con gli attuali studi?
Per quanto riguarda la previsione deterministica dei terremoti, cioè la possibilità di definire luogo, data ed energia di un futuro evento, bisogna essere chiari: attualmente non è possibile alcuna previsione di questo tipo. È sicuramente un affascinante obiettivo della comunità scientifica e numerosi studi a riguardo sono in corso già da alcuni decenni, ma i passi in avanti sono veramente piccoli e spesso contraddittori. Quello che sicuramente la sismologia può fare e, di fatto, già fa, è individuare le aree a maggior rischio sismico in base allo studio della sismicità storica e di quella recente e definire la probabilità di ricorrenza di terremoti di energia tale da poter recare danni a persone e cose. Sulla base di questi studi è stata realizzata dall’INGV la Mappa di Pericolosità Sismica del territorio nazionale. Queste informazioni sono fondamentali per una corretta gestione del territorio e la tutela del patrimonio urbanistico sia abitativo che strategico (scuole, ospedali, strutture di governo, ecc.). Quindi, attualmente, l’unica difesa dai terremoti è la prevenzione; l’attuale normativa antisismica, infatti, determina i criteri per la costruzione di nuovi edifici in funzione del livello di rischio dell’area in cui ricadono. Allo stesso modo dovrebbero essere messi in sicurezza gli edifici, specialmente quelli strategici, appartenenti all’immenso patrimonio edilizio storico dell’Italia.

Zona vulcanica e a rischio sismico, quanto hanno ragione di temere i cittadini napoletani e campani?
La Campania è una regione dove esistono sia aree esposte ad un rischio sismico di livello medio-alto, localizzate lungo la dorsale appenninica, che zone in cui il rischio vulcanico è tra i più alti al mondo (Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia). Ricordiamo che per rischio si intende l’insieme della probabilità di occorrenza di eventi di una determinata energia e il valore esposto (in termini di vite umane, abitazioni, industrie, ecc.) nell’area interessata. Per quanto riguarda il rischio sismico valgono i discorsi fatti in precedenza: l’unica difesa è un’adeguata prevenzione con interventi mirati al consolidamento del patrimonio edilizio storico e rigidi controlli sul rispetto della normativa per le nuove costruzioni. Comunque, i cittadini campani, ed in particolare quelli delle province di Benevento, Avellino e Salerno, devono essere consapevoli di abitare in zone in cui la sismicità, generalmente di bassa energia, può raggiungere livelli di forte avvertibilità fino a eventi potenzialmente distruttivi come quello del 1980. Diverso è il discorso per le aree vulcaniche. Sicuramente il Vesuvio è uno dei vulcani a più alto rischio del mondo, considerando sia la possibilità di eruzioni di tipo esplosivo che l’altissima densità di popolazione che vive alle sue pendici. Anche i Campi Flegrei sono un’area vulcanica ad alto rischio, in considerazione del fatto che tutta l’area è densamente abitata. Analogo discorso può valere per l’Isola d’Ischia, dove oltre a manifestazioni vulcaniche lungo le fratture che bordano il Monte Epomeo (che, ricordiamo, non è un cono vulcanico ma una porzione di crosta terrestre sollevata da movimenti tettonici) è stata sede di eventi sismici distruttivi come quello di Casamicciola del 1883. Proprio per l’elevato rischio che le caratterizza, le aree vulcaniche napoletane sono dotate di un sistema di monitoraggio all’avanguardia a livello mondiale. Reti sismiche, reti GPS, reti clinometriche, reti gravimetriche, stazioni geochimiche, telecamere termiche sono operative e controllate 24 ore su 24 dal personale di ricerca e tecnico dell’Osservatorio Vesuviano, sezione di Napoli dell’INGV. Ogni minimo movimento o variazione dei parametri misurati è rilevato e analizzato in tempo reale. È ragionevole affermare, quindi, che un’eventuale ripresa dell’attività dei vulcani napoletani non coglierà di sorpresa.

Le istituzioni campane collaborano e seguono il percorso indicato dagli studiosi?
I Piani messi a punto e le strutture cittadine, sono adeguate ai rischi? Tra l’Osservatorio Vesuviano, gli Enti locali e il Dipartimento della Protezione Civile esiste una stretta collaborazione finalizzata alla definizione degli scenari di rischio e dei livelli di allerta. Per quanto riguarda il Vesuvio esiste un Piano di Emergenza la cui prima versione risale al 1995 e il primo aggiornamento al 2001. Al piano lavora una Commissione interdisciplinare preposta al suo aggiornamento; tra gli altri, sono presenti rappresentanti della Regione Campania, delle Province interessate e dei Comuni dell’area vesuviana. Al di là delle polemiche, scientifiche e non, che hanno accompagnato e continuano ad accompagnare l’attuale Piano di Emergenza per il Vesuvio, bisogna senz’altro mettere in evidenza come questa sia stata probabilmente la prima volta che istituzioni e comunità scientifica si sono riunite intorno ad un tavolo per pensare a come intervenire in caso di un evento naturale ad alto rischio prima del suo verificarsi. Per l’area dei Campi Flegrei esiste un primo documento del 2001 che individua i criteri di intervento sulla base di uno scenario eruttivo. Anche in questo caso il Gruppo di Lavoro per la definizione dello scenario eruttivo e dei livelli di allerta ai fini della pianificazione d’emergenza ai Campi Flegrei è al lavoro per l’aggiornamento completo del piano. Certo i problemi da affrontare sono sotto gli occhi di tutti, dall’eccessiva urbanizzazione dell’area alla congestione delle strade da impiegare come possibili vie di fuga; per questo è necessaria la collaborazione di tutti, riservando le polemiche scientifiche ai propri ambiti di competenza.

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