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Pomodorini del Piennolo

Pomodorini del Piennolo

Lo spongillo, origini del pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP

Uno dei prodotti più antichi e tipici dell'agricoltura campana, rappresentato anche in scene del presepe partenopeo

Di un rosso vivace e molto saporito, il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” è uno dei prodotti più antichi e tipici dell’agricoltura campana.

Questi particolari e gustoso pomodorino (chiamato anche "spongillo" per il pizzo che presenta alla sua estremità) viene venduto fresco, appena raccolto, nella tipica forma a grappolo e appeso con fili di spago a pareti o soffitti, prendendo, in questo modo, il nome di piennolo (pendolo). Il pomodorino vesuviano è apprezzato, però, anche come conserva in vetro, secondo un’antica ricetta familiare dell’area, denominata “a pacchetelle”, anch’essa contemplata nel disciplinare di produzione della DOP.

Come spiega la fondazione slow food per la Biodiversità Onlus:

La buccia è spessa e resistente, la polpa soda e compatta, povera di succo, prosciugata dal sole che splende sui terreni aridi del vulcano. Si seminano in marzo-aprile e maturano tra luglio e agosto, ma l’antico procedimento di conservazione prevede che li si raccolga a grappoli interi all’inizio dell’estate per conservarli, appesi in locali con adeguata temperatura e umidità, fino all’inverno o addirittura alla primavera successiva.

La sua origine è di certo antica ed è un prodotto talmente rappresentativo dalla tradizione partenopea da essere perfino presente in scene del presepe napoletano.

Notizie sulla coltivazione di questo tipo di pomodorino alla pendici del Vesuvio - si legge sul portale della Regione Campania - sono riportate già dal Bruni, nel 1858, nel suo “Degli ortaggi e loro coltivazione presso la città di Napoli”, nel quale si parla di pomodori a ciliegia, molto saporiti, che “si mantengono ottimi fino in primavera, purché legati in serti e sospesi alle soffitte”.

Ancora riferimenti al pomodorino del Piennolo - si legge ancora - si trovano in scritti di Palmieri alla fine del 1800 e in testi di Francesco De Rosa, professore della Scuola di Portici, che su “Italia Orticola” del novembre 1902, precisava che "la vecchia “cerasella” vesuviana era stata via via sostituita dal tipo “a fiaschetto”, più indicato per la conservazione al piennolo".

Testi dai quali si apprende anche che attorno a questa coltivazione, già in tempi lontani, cominciava a svilupparsi un vero e proprio microsistema economico.

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