Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

La storia di Rachel: separata dal figlio dopo il parto perché positiva

La giovane, 24 anni, ha origini cubane e non ha famiglia. E' stata dimessa dal Policlinico nuovo, mentre il bimbo è rimasto in ospedale: "Ho saputo di avere il Covid-19 solo dopo aver partorito"

 

Otto giorni senza vedere il suo bambino, quello che ha potuto tenere in braccio solo poche ore dopo il parto. Poi, Rachel Yanes Lopez, 24 anni, ha scoperto di essere positiva al Coronavirus. Anzi, lo hanno scoperto i medici del Policlinico Nuovo di Napoli, che le hanno tolto il neonato, per evitare che si contagiasse, e hanno trasferito lei in un reparto Covid. 

Da allora, è cominciato il calvario di questa giovane donna: "E' difficilissimo - afferma con la voce rotta dalle lacrime - non posso vederlo, né allattarlo. Posso chiedere notizie di lui solo una volta al giorno, a un'infermiera". Rachel, cubana, da due anni in Italia, è arrivata in ospedale con le contrazioni il 31 ottobre. Risultata negativa al test rapido, viene sottoposta anche al tampone molecolare. Dopo dieci ore di travaglio, nella notte di domenica, partorisce un bellissimo bimbo: Damian. 

"Il lunedì pomeriggio - racconta la ragazza - è arrivato il risultato del tampone: positiva. Non ho capito più nulla, hanno preso il bambino e mi hanno trasferito al piano superiore. Per oltre un giorno non ho avuto notizie di mio figlio. Solo dopo aver chiesto, pregato, sono riuscita ad avere una sua foto, scattata nel nido dell'ospedale. Io ho continuato a chiedere di lui, di quando avrei potuto vederlo. Mi hanno risposto che avrei dovuto parlare con il virologo, ma non è mai venuto nel mio reparto".

Dopo che le condizioni di Rachel si sono stabilizzate, i medici l'hanno dimessa nonostante fosse ancora positiva, mentre Damian è stato trattenuto in ospedale. Rachel, infatti, in Italia non ha nessun parente e il padre del bambino non ha voluto riconoscerlo: "Io lo volevo con me, ma i medici mi hanno detto che finché fossi stata positiva non avrei potuto rivederlo. Allora, ho spiegato loro che io non ho un posto dove stare in quarantena, ma la risposta è stata che era solo un mio problema". 

Fortunatamente, ad aiutare la 24enne c'è la comunità del Centro O' Sgarrupato di Montesanto e, in particolare, Ester Sesso: "Posso dire di essere, insieme ad altre persone, la famiglia di Rachel - spiega Ester - e abbiamo anche chiesto che il bimbo fosse affidato a noi, ma l'ospedale ci ha fatto sapere che non essendo consanguinei non sarebbe mai potuto accadere. Abbiamo trovato una sistemazione in cui la nostra amica sta trascorrendo la quarantena e tra mille difficoltà stiamo cercando di avere informazioni di Damian". 

Tra i membri della famiglia allargata di questa giovane donna resta la rabbia per le condizioni in cui, dopo aver partorito, ha vissuto i suoi giorni di degenza: "Ha perso qualsiasi contatto con il figlio - continua Ester - ma come se non bastasse in quel reparto non c'era nulla: mancavano anche paracetamolo e disinfettante. Noi le portavamo i panni puliti e il cibo ogni giorno, alle 12, ma dopo cinque ore quelle buste erano ancora in portineria, perché nessuno gliele portava. Non era l'unica a soffrire questi disagi". Uno scenario confermato anche dalla stessa Rachel: "C'erano sempre le stesse infermiere, non cambiavano mai - ricorda - Erano stremati. Una volta, mi hanno somministrato la cura all'una di notte perché non c'era stato il tempo di farlo prima. I medici non entravano mai, non li ho mai visti". 

Il pensiero va a tutte le donne sole che, a differenza sua, non possono contare su una rete solidale: "Questa è una delle grandi ferite di Napoli - afferma Bianca Verde, una delle anime dello Sgarrupato - Immagino le donne cui viene strappato il figlio dalle braccia perché positive e per settimane non sanno niente di lui. Così come penso a tutte quelle persone che non hanno un luogo in cui passare la quarantena se positivi al Covid. Durante la prima ondata ho visto gli abitanti dei bassi napoletani vivere il lockdown in condizioni penose. Su questo, le istituzioni locali avrebbero dovuto fare qualcosa e invece hanno fallito". 

Potrebbe Interessarti

Torna su
NapoliToday è in caricamento