Coronavirus, lo scrittore napoletano Marco Perillo esce dall'ospedale: "Mi sento graziato"

Il giovane giornalista e scrittore, appassionato e profondo conoscitore della storia di Napoli, è stato in ospedale: "Respiro impercettibile, temperature elevatissime. Non bisogna dare niente per scontato. Non si deve scherzare il fuoco"

Tra i contagiati dal Covid-19 rientra anche Marco Perillo, giovane scrittore e giornalista partenopeo, profondo conoscitore della storia e dei misteri della città di Napoli. Perillo ha condiviso la sua esperienza attraverso un toccante post su facebook, nel quale ha raccontato il decorso e le fasi critiche - durante le quali ha visto anche persone soccombere. "Non si deve arrivare  capirlo solo se si finisce ricoverati con una maschera per poter respirare", scrive Perillo. 

L'intervista a Marco Perillo

"Nel momento in cui ti comunicano che sei guarito, che il tuo tampone è risultato negativo dopo più di venti giorni di malattia, che il Covid si è arreso, che puoi tornare alla tua vita di sempre e che il tunnel è finalmente alle spalle, ti senti come se fossi nato una seconda volta. La mia non è stata una battaglia affatto semplice contro questo maledetto Covid-19. Un virus subdolo e silente, come da tempo si dice. Che si manifesta pian piano, con decimi di febbre, per poi sfociare in temperature alte, incontrollabili.

No, non è una febbre come tutte le altre. Non ci sono antibiotici che tengano. Tachipirine e paracetamolo sono perfettamente inutili. Nel delirio, nel sudore e nell’ansia si perde all’improvviso ogni sapore, ogni odore, il respiro diventa affannato giorno dopo giorno, poi quasi non si avverte più.Ed è a quel punto che si corre in ospedale e si scopre che la polmonite è già in stato avanzato. E che quel silente virus si sta facendo beffe di te, di ogni tua possibile reazione, prendendo il sopravvento, cercando di spegnerti. Per contrastarlo sono giorni di antivirali, antibiotici, eparina anticoagulante, ma anche ossigeno artificiale. Fino a che, come nel mio caso, non si ha la fortuna di ricevere la buona notizia. Quella in cui ti dicono che il nemico è scomparso, è stato sconfitto. E sebbene per settimane lasci strascichi di grande debolezza, l’importante è che è andato.

Sento il dovere dire Grazie a tutti i medici e agli infermieri del Cotugno per la loro dedizione. Grazie a tutti quelli che mi sono stati vicino in questi giorni, che hanno avuto un pensiero per me. Grazie al fatto che, fortunatamente, non ho contagiato nessuno. Grazie al Signore e a quel San Gennaro in bronzo e in rosso, meraviglia di Lello Esposito, che veglia fuori dall’ospedale. Eppure lo so: non tutti sono stati fortunati come me. Ho visto persone della mia età in terapia intensiva, intubate, a lottare per non morire. Ho saputo che negli stessi giorni in cui io stavo combattendo in molti, di ogni età, non ce l’hanno fatta. Mi sento graziato, ma non è così per tutti.

Sì, è vero, esistono molti asintomatici. Ma è altrettanto vero che c’è chi rischia di perdere sul serio la vita. Perché il Covid ha vari livelli, attacca ognuno in modo diverso. Proprio per questo non bisogna sottovalutare nulla. Non bisogna dare niente per scontato. Non si deve scherzare il fuoco. Non serve a nulla tirare in ballo i complotti, le dittature, le polemiche sulle chiusure forzate e altre cose di secondaria importanza. Il Coronavirus esiste eccome. E sono in gioco le nostre vite. E non si deve arrivare a capirlo soltanto se si finisce ricoverati con una maschera addosso per poter respirare. No, non lo so come mi sia capitato di contagiarmi. Sono stato sempre molto attento, prudente fin dall’inizio, eppure è successo. Per mesi ho fatto sacrifici come tanti, eppure ho pagato dazio. Mai come adesso è importante attenersi alle regole, proteggersi in tutti i modi, rispettare ogni raccomandazione, fare ogni possibile rinuncia, fino a quando non finirà. Perché prima o poi dovrà finire.

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Solo dopo essere usciti da questa maledetta malattia ci si rende conto di quanto sia incredibilmente bello poter respirare normalmente o tornare a uno straccio di quotidianità. Le piccole cose di ogni giorno appaiono le più grandi. Tutto sembra una conquista, un miracolo. Quando si esce dall’ospedale e si torna a vedere il cielo, è davvero come se qualcuno ti avesse rimesso al mondo. È una lezione da non dimenticare mai. Con un unico grande messaggio. Dobbiamo avere tutti cura delle nostre vite". 

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