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Roberto, edicolante autistico. Il padre: "Non volevamo metterlo in un centro"

 

In alcuni momenti il suo sguardo si perde nel vuoto, chiuso in quel suo mondo impenetrabile agli altri. Eppure, quando un cliente si avvicina alla sua edicola, Roberto sfoggia il suo sorriso migliore, saluta, ascolta le richieste delle persone, trova i giornali che vogliono, augura buona giornata. 

Roberto Riccio ha 20 anni, è autistico da tanto ma non da sempre: "La luce si è spenta dopo la vaccinazione trivalente - ci spiega papà Giancarlo - ma non per questo pensiamo che le vaccinazioni siano un male, salvano tante vite". Da poco più di un mese, la famiglia Riccio ha rilevato un'edicola di via Piave, quartiere Soccavo. Non si tratta di un investimento commerciale, ma di un investimento sulla vita di questo ragazzo: "Noi viviamo d'altro - prosegue il padre - ma siamo convinti che questa attività possa aiutare nostro figlio a uscire dal suo isolamento". 

Roberto e la sua famiglia hanno vissuto tutte le difficoltà di chi, in Italia, si trova ad affrontare l'autismo, comprese le mancanze del Servizio sanitario nazionale: "Il medico dell'Asl ci disse che era inutile provare con la logopedia, perché non avrebbe più parlato". Ma il ragazzo parla eccome, se non lo fa è perché non vuole farlo, non certo perché non lo sa fare.

I passi avanti sono stati fatti perché i Riccio si sono affidati a esperti privati, una necessità ancora più forte quando, a 18 anni, l'Asl li ha messi di fronte a un bivio: "Alla maggiore età gli autistici diventano invisibili per lo Stato. - racconta Giancarlo - C'è solo l'Igiene mentale. Ci hanno proposto di metterlo in un semiconvitto, ma abbiamo rifiutato. In una struttura con altri ragazzi come lui Roberto non potrebbe mai migliorare. Lui deve vivere, per quanto possibile deve vivere".  

I primi giorni in edicola non sono stati semplici, poi le cose sono migliorate: "Quando ha cominciato, Roberto si perdeva con lo sguardo nei giornali, non riusciva a gestire le emozioni. Noi gli suggerivamo cosa dire, lo aiutavamo nei conti. Ma un po' alla volta è diventato sempre più autonomo. Ciò è accaduto anche grazie ai clienti, che hanno capito e stanno avendo tanta paizenza. Il messaggio che vogliamo lanciare è che se le famiglie che vivono con questi ragazzi speciali sono forti e preparate, anche psicologicamente, per loro possono esserci opportunità. La mia speranza è che lui possa acquisire una certa autonomia che gli permetta di interagire anche nel suo quartiere, fuori dall'edicola. Spero possa avere degli amici, perché il dramma per i giovani come mio figlio è che più crescono, più sono soli".

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