Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

Violenze a Poggioreale: "Il carcere deve garantire la dignità delle persone"

 

Ci sono voluti cinque anni per la prima udienza del processo conosciuto come "Cella zero". La cella zero è uno spazio in cui, secondo una cinquantina di ex detenuti del carcere di Poggioreale, venivano perpetrate violenze ai loro danni: "Di quei racconti io ne ho sentiti migliaia - afferma Pietro Ioia, responsabile dell'Associazione ex detenuti - quella cella è esistita per trent'anni, dal 1980". Questa mattina, mentre in aula venivano ascoltate alcune testimonianze, c'è stato un presidio davanti al Palazzo di Giustizia di Napoli.

L'inchiesta è partita proprio da una denuncia di Ioia, convocato dalla Procura di Napoli per raccontare le circostanze in cui sarebbe stato ospite in quella stanza: "Venivi portato lì anche per futili motivi - spiega - se litigavi con altri, se urlavi troppo, se eri antipatico. Le guardie ti facevano spogliare e poi ti picchiavano. Ti lasciavano in cella per ore, per farti sbollire. Non c'era nulla, solo una luce fioca e una coperta". 

A processo sono finiti dodici agenti di polizia penitenziaria ed è giusto ricordare che sono da considerare innocenti fino alla conclusione del procedimento: "Chi sbaglia e viene arrestato deve pagare - prosegue Ioia - ma il carcere deve garantire la dignità delle persone e il loro reinserimento sociale. A Poggioreale non è garantito nulla, ci sono mille detenuti oltre il consentito e non sono garantite tempestive cure mediche". 

Gli episodi di suicidi, tentati o riusciti, all'interno delle celle del penitenziario partenopeo sono in aumento. Alcuni casi restano avvolti nel mistero, come quello di Michele Chirchia, 33 anni, dichiarato morto per suicidio il 28 luglio 2018: "Non ci credo - afferma Annalisa Fiore, la compagna - nell'autopsia il medico legale dice che quando è stato trovato Michele era morto da 24-48 ore. Perché hanno tolto la sorveglianza se pochi giorni prima era stato dichiarato depresso? Inoltre, mi è stato detto che si sarebbe impiccato con lacci da scarpe legati al sifone della doccia: come è possibile visto che si tratta di un uomo di 90 chili? Voglio la verità". 

L'udienza è stata agiornata al 14 marzo. Il presidio è durato per alcun ore: "Abbiamo paura che poiché sono coinvolti uomini delle Stato tutto finisca in prescrizione e questo non ci sta bene. - conclude Pietro Ioia - Però oggi è stato fatto un grande passo avanti. Bisogna alzare il velo su ciò che accade nelle carceri". 

Potrebbe Interessarti

Torna su
NapoliToday è in caricamento