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Il primo latitante di Napoli è giapponese: la storia di Junzo Okudaira e l'attentato di Calata San Marco

Membro dell'Armata rossa giapponese è ricercato dal 1984. Nel 1988 fu tra gli artefici di un attentato a Calata San Marco in cui morirono cinque persone e quindici rimasero ferite

 

E' un giapponese il primo nome nell'elenco dei ricercati da inquirenti e investigatori napoletani. Si tratta di Junzo Okudaira, 71 anni, ex membro del gruppo terroristico Armata rossa giapponese e tra gli artefici, nel 1988, di un attentato davanti all'Uso Club di Calata San Marco, a Napoli. 

L'arresto del latitante Antonio Di Martino, ha dato l'occasione al procuratore capo Giovanni Melillo di tracciare l'ordine delle priorità. "Non ci sono più grandi nomi da cercare sul nostro territorio, ma da troppo tempo cerchiamo criminali per i quali avremo bisogno dell'aiuto di altri Paesi. Il primo nome è quello di Junzo Okudaira, latitante dal 1984".

Il 14 aprile 1988, un'autobomba esplose davanti all'Uso Club uccidendo cinque persone, tra cui una militare americana, e ferendone altre quindici, compresi quattro militari statunitensi. Nel 1993, per questo attentato, Okudaira è stato processato e incrimato negli Stati Uniti. Figura, quindi, anche sulla lista dei ricercati degli Usa e sulla sua testa pende una condanna definitiva.

Gli altri due nomi pronunciati da Melillo sono quelli di Renato Cinquegranella e Raffaele Imperiale. Cinquegranella è inserito dal Ministero dell'Interno nell'elenco dei sei latianti più pericolosi d'Italia, dove figurano personalità criminali del calibro di Mattia Messina Denaro. "Cinquegranella è condannato in via definitiva per l'omicidio Frattini del 1982 - racconta il procuratore capo - Quel delitto si inseriva nello scontro tra Nuova famiglia e Nuova camorra orgaizzata: alla vittima furono tagliate le mani e strappato il cuore. Ma ci sono altri aspetti che lo rendono una figura apicale, come l'appoggio logistico alle Brigate rosse dopo l'omicidio del commissario Antonio Ammaturo". 

Raffaele Imperiale, invece, è considerato uno dei principali broker internazionali della droga. Vive negli Emirati Arabi Uniti: "in questo caso - conclude Melillo - paghiamo la scarsa collaborazione con alcuni Stati".  

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